Se adesso i rifiuti tossici li “esportiamo”
Questa volta è avvenuto il contrario. Aziende specializzate nel trattamento di rifiuti tossici infatti hanno scaricato principalmente in Toscana, ma anche in Trentino, Marche, Lazio e Abbruzzo, circa un milione di tonnellate di materiale pericoloso proveniente dal sito di bonifica di Bagnoli. Ora grazie alle indagini cordinate dal nucleo ambientale dei carabinieri di Grosseto undici persone sono state arrestate. Coinvolte almeno 20 aziende, si sta lavorando per cercare di capire l’entità del danno ambientale prodotto.
Tutto parte da qui. Il traffico di rifiuti accertato negli ultimi anni è stato stimato in circa un milione di tonnellate, con un lucro di svariati milioni di euro e gravi danni provocati all’ambiente. L’indagine, originata da uno stralcio della Procura di Napoli concernente la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito contaminato di Bagnoli, si è sviluppata in Toscana, individuata quale destinazione finale dei rifiuti. Dalle attività investigative svolte dal Noe di Grosseto è emerso come la struttura organizzativa era imperniata sul ruolo di una società di intermediazione maremmana, proprietaria anche di un impianto di trattamento.
Il “sistema”. La società in pratica, avvalendosi di produttori, trasportatori, laboratori di analisi, impianti di trattamento, siti di ripristino ambientale e discariche, regolava e gestiva i flussi dei rifiuti; ciò avveniva attraverso una sistematica falsificazione di certificati di analisi, formulari di identificazione e registri di carico e scarico al fine dell’attribuzione di codici di rifiuto non corretti, così da poter essere dirottati soprattutto in siti di destinazione finale compiacenti ubicati in Toscana, Trentino – Alto Adige ed Emilia Romagna. Così i rifiuti speciali e pericolosi prodotti dalla bonifica del sito contaminato di Bagnoli, nel Napoletano, sono stati smaltiti illecitamente in Toscana provocando anche un esplosione, il 26 giugno 2008, in un capannone di Scarlino, a Grosseto con la morte di un lavoratore e il ferimento grave di un altro.
Usa e riUsa: come si ricicla negli States
Anche se di solito non lo faccio mai, questa volta ho deciso di utilizzare il mio blog per riportare un interessante articolo apparso sull’economist. Questo perchè mi è capitato spesso di assistere a lunghe discussioni su quale sia la via migliore per affrontare il problema dei rifiuti. Mi piacerebbe poter aprire un confronto a partire dalle soluzioni trovate anche negli altri Paesi. Ovviamente sono graditi anche i contributi italici: come si ricicla nel nostro Paese?
Ho scelto il pezzo dell’Economist perchè affronta la questione anche da un lato economico, cosa che molti a cui sta a cuore l’ambiente sembrano dimenticare ma anche la gestione dei rifiuti deve essere competitiva, ditemi cosa ne pensate.
Ad eccezione dei rifiuti verdi (scarti di giardino) e dell’umido, tutti i materiali riciclati raccolti a San Francisco sono separati in un megaimpianto di 18.000 metri
Quando i mezzi che effettuano la raccolta arrivano all’impianto, i materiali sono scaricati su un grande nastro trasportatore che li porta fino ad una stazione di cernita manuale. Qui i rifiuti sono controllati da operatori che rimuovono borse di plastica, grandi pezzi di cartone ed altri oggetti che potrebbero danneggiare o bloccare le macchine separatrici.
Il cartone ondulato e la carta sono pressati ed imballati per la vendita. Bottiglie e contenitori di plastica sono separati manualmente: i tipi di materiale plastico più comuni, il PET (la plastica per le bottiglie) e l’HDPE (usato per i tubi ed i contenitori), sono separati dal resto che finisce in un unico contenitore.
Tutti gli impianti di riciclaggio chiedono ancora l’intervento di esseri umani, ma i gestori investono sempre di più in tecnologie che automatizzano il processo. Lo sviluppo di questi sistemi è cominciato nei primi anni ’90, quando la Elopak, un produttore norvegese di contenitori per bevande in materiali poliaccoppiati (cartone rivestito in plastica), cominciò a temere che avrebbe dovuto sborsare grosse cifre per soddisfare le nuove norme tedesche ed europee che facevano ricadere sui produttori i costi per lo smaltimento dei propri imballaggi.
Per ridurre i costi associati al ciclo di vita dei propri prodotti, la Elopak cercava un sistema automatico per separare i suoi contenitori dal resto dei rifiuti. Ricorse all’aiuto del Sintef, un centro di ricerca norvegese, e nel 1996 vendette in Germania il suo primo separatore ad infrarossi.
In seguito l’unità di un tale che produceva questi impianti fu trasformata in un’azienda autonoma, la TiTech. Oggi sono installate in tutto il mondo più di 1000 unità TiTech. Per individuare i materiali da separare, questi impianti si affidano alla spettroscopia. I rifiuti di carta e di plastica sono distribuiti su un nastro trasportatore in un unico strato. Quando viene colpito dal fascio di luce di una lampada alogena, ogni materiale riflette una specifica combinazione di raggi infrarossi che permette di identificarlo. Analizzando i dati inviati da uno specifico sensore, un software e termina il colore, la tipologia, la forma e la posizione di ogni rifiuto. quadri che dà lavoro a 155 persone. Il complesso, gestito dalla Norcal Waste Systems, ha aperto nel 2003, è costato 38 milioni di dollari e ogni giorno tratta in media 750 tonnellate di carta, vetro e metalli. Quindi attiva dei getti d’aria per spingere i rifiuti su un altro nastro trasportatore o su un cassonetto. Il sistema consente di separare numerosi tipi di carta, plastica o materiali misti con una precisione vicina al 98 %.
Il processo di valorizzazione e rigenerazione usato per trasformare i materiali di scarto in materie prime secondarie è semplice e diretto: i metalli e il vetro sono frantumati, la carta viene ridotta in pasta. Ma mentre metalli e vetro possono essere rifusi quasi all’infinito, la carta può essere riciclata massimo sei volte.
Per le materie plastiche ricavate dai combustibili fossili la faccenda è diversa. Nonostante le numerose novità, le plastiche che sono suddivise in una folta schiera di tipologia e categorie che nella maggior parte dei casi devono essere trattate separatamente.
Nel 2005 meno del 6 % dei rifiuti in plastica è stato recuperato negli Stati Uniti. Per quanto riguarda il PET, nel settore alimentare ci sono già delle forme di recupero diretto “da bottiglia a bottiglia”. Spesso, la plastica viene trasformata in altri sottoprodotti. Alcuni paesi impongono alle aziende di ritirare i prodotti elettronici e di consumo contenenti di plastica difficile da riciclare usati e di provvedere alla loro riciclaggio.
In genere è l’ostacolo più importante allo sviluppo di una filiera di riciclaggio è il fatto che gran parte dei prodotti è realizzata senza pensare al suo recupero. Per rimediare servirebbe una riorganizzazione dei processi industriali, sostiene l’architetto Pilliamo McDonough, autore nel 2002 del saggio “Dalla culla alla culla. Come conciliare tutela dell’ambiente, equità sociale e sviluppo” (Blu edizioni, 2003).
McDonough propone di creare filiere di produzione a circuito chiuso in cui i materiali usati sono ogni volta riutilizzati nei successivi cicli produttivi senza che diventino rifiuti. Per farlo bisogna che ogni prodotto sia progettato per essere riciclabile e deve essere realizzato solo con materiale riutilizzabile all’infinito o smaltibile senza rischi per l’ambiente.
Queste idee hanno trovato una prima applicazione nel settore degli imballaggi nella grande distribuzione negli Stati Uniti. E chiaro nel campo del riciclaggio c’è ancora ampio spazio per le innovazioni.
Se ha fatto nel giusto modo il riciclaggio conviene consente davvero di risparmiare energia e materie prime e di ridurre l’inquinamento. Ma oltre a riciclare di più è fondamentale farlo meglio. L’evoluzione tecnologica ed il costante sviluppo di nuovi materiali lasciano ben sperare per futuro. Le ampie possibilità di miglioramento ci permettono di essere ottimisti.
Dopo tutto, conclude Kate Krebs, “i rifiuti non sono altro che un difetto di fabbricazione”. (Fonte articolo: The Economist)
Anche a Natale comprate e regalate Monitor!
In copertina, e pag. 6 e 7 – Per una presta libertà. Il carcere di Poggioreale è una città nella città. Milletrecento posti e il doppio di detenuti. Ogni settimana i parenti si affollano lungo le mura per un’ora di colloquio. E le morti, in aumento negli ultimi mesi, sono solo “brevi” di cronaca
Pag. 2 e 3 – Rewind: Candidato sì, candidato no. Il mese si apre e si chiude con le dichiarazioni dei pentiti che accusano il sottosegretario Cosentino
Pag. 4 – I gabbiani al tempo dei rifiuti. Il processo di Bassolino. Eternit, giustizia o risarcimenti
Pag. 5 – Le voci delle donne del carcere di Pozzuoli
Pag. 8 e 9 – Poster: Il gioco delle Oche
Pag. 10 – Il carcere sotto sopra. La sera del 23 novembre 1980 a Poggioreale il terremoto sconvolge i fragili equilibri tra detenuti di opposte fazioni. Alla fine si conteranno tre morti e ventiquattro feriti.
Pag. 11 – Minorile: Yassin e chi resta dentro. Strutture: Il carcere che verrà
Pag. 12 – La retata degli schiavi. A San Nicola
Varco, sobborgo di Eboli, sgomberati i mille marocchini accampati in un mercato abbandonato. Sono i braccianti che lavorano per venti euro al giorno per le multinazionali agroalimentari. E già aprono i canteri di un enorme outlet
Pag. 13 – Un momento di onestà. I CoSang, duo hip hop di Marianella, escono con il loro secondo lavoro, Vita Bona. Versi rabbiosi che si nutrono dell’immaginario della città paracriminale. Contro il politicamente corretto che alimenta lo spettacolo del male
Pag. 14 – Pianura, indagini alla svolta. In dirittura d’arrivo le inchieste sui veleni della discarica Pag. 15 – Libri: La Ferita. Nomi e cognomi delle vittime dei clan – Libri: I terremotati di Giovanni Iozzoli. Ricordo: Sergio De Benedittis Pag. 16 – Belgrado ad alta tensione. Il Gay Pride rinviato perché il governo non garantisce la sicurezza per le vie del centro. Un tifoso francese ucciso dagli hooligan a colpi di bastone. I rom circondati da un reticolato durante le Universiadi. E due miliardari che si contendono il porto
Con i disegni di Malov, DiegoMiedo, Cyop&Kaf, Tobias Marx e Rosa Futuro, Marco Formisano, Danilo Colamonici, Zolta
Napoli Monitor lo trovi: Centro – Teatri: Nuovo Teatro Nuovo, via Montecalvario 16 Gallerie: Hde, piazzetta Nilo – Manidesign, via S. Giovanni Maggiore Pignatelli Librerie: Perditempo, via Tribunali – Jamm, via S. Giovanni Maggiore Pignatelli – Dante & Descartes, via Mezzocannone – Ubik, via B. Croce – Feltrinelli, via S. Tommaso d’Aquino – Eva Luna, Piazza Bellini – O’ Pappece, vico Monteleone – Librido, via San Sebastiano – Mani Tese, piazza Cavour – Canto Libre, via S. Giovanni Maggiore Pignatelli 35. Edicole: piazza Monteoliveto – piazza Trieste e Trento – corso V. Emanuele ang. Monti. Sanità: Edicole: via Supportico Lopez ang. Vergini. Vomero: Fonoteca, via Morghen. Edicole: via Luca Giordano ang. Cimarosa – staz. Funicolare via Morghen Bagnoli: Edicole: staz. Metro Bagnoli Secondigliano: Gridas, via Monterosa 90 Fuorigrotta: Edicole: staz. Cumana Fuorigrotta Marigliano: Quilombo, bottega del commercio equo solidale San Sebastiano: Sott e Ncopp, bottega del commercio equo solidale
La legalità di Busholaso
Una settimana fa il Tar del Lazio aveva emesso una ordinanza di sospensione dei lavori intorno alla discarica di Terzigno. I giudici avevano accolto un ricorso presentato dall’ente del Parco Nazionale del Vesuvio e da Legambiente ritenendo che:
“Considerato che il ricorso presenta profili di fondatezza, segnatamente nella parte in cui non risulta esaminata, in seno alla Conferenza deputata alla Valutazione di Impatto ambientale del progetto definitivo relativo alla viabilità esterna della discarica in località Pozzelle nel Comune di Terzigno, la relazione di “aggiornamento” della Valutazione di Incidenza Ambientale”.
I lavori andassero fermati fino ad una nuova verifica. Pareva proprio che questi noisi ambientalisti e i cittadini preoccupati di ritrovarsi un’autostrada, oltre che una discarica, dentro un parco nazionale, qualche ragione ce l’avessero. E così hanno ordinato uno stop in attesa di vederci chiaro. Ora secondo voi che cosa è accaduto? Nulla.
Dopo una settimana i lavori sono continuati come se niente fosse, come se il giudizio di un Tribunale della Repubblica Italiana non valesse nulla. Forse lo hanno scambiato per un amichevole consiglio. Ora è scattata una denuncia ai carabinieri per accertare le responsabilità penali della grave inadempienza. Ma noi, che lo conosciamo bene, siamo sicuri che George W. Busholaso non c’entri nulla con questa storia. Dev’essere tutto un equivoco, lui non solo la legge la fa rispettare ma è proprio la legalità in persona.
Processo Bassolino-Impregilo: Il fido Avallone
Udienza breve del processo Impregilo, che riprenderà il 16 dicembre con l’audizione di un teste davvero d’eccezione: L’ex commissario Corrado Catenacci.
In attesa di raccogliere la sua testimonianza è andata in scena, presso l’aula bunker di Poggioreale, si sempre quella, la commovente corrispondenza di amorosi sensi tra il teste Maurizio Avallone, ex dirigente della Seam che lavorava in seno all’Arpac, e gli avvocati della difesa.
I due punti più alti si sono toccati alle seguenti domande, di cui la seconda putroppo interrotta dal pm che l’ha fatta cancellare: “D’estate gli ex impianti di CDR andavano in sovraccarico?”, risposta; “Mi sembra lapalissiano, in Campania ci saranno almeno tre milioni di abitanti in più”, e l’avvocato “No sa perchè c’è stato anche un consulente della Procura che ha sostenuto che questo non è vero”. Seconda “Ma quindi secondo lei gli ex impianti non funzionavano per colpa della mancata raccolta differenziata?”, risposta “Si, si tratta di impianti delicati e la presenza di rifiuti ingombranti, come ad esempio il motore di una lavatrice trovata dai miei uomini durante una ispezione, potevano bloccare l’impianto”; l’avvocato, gongolante: “Ah ecco quindi non è una questione di lame, trituratori o quant’altro come sostenuto dal solito consulente dell’accusa?”. A questo punto il Pm si è opposto contro la domanda tendenziosa rivolta ad un teste e non ad un consulente, il giudice accoglie. Peccato, lo spettacolo non era male.
Ma il Fido Avallone riesce a prodursi in altri numeri memorabili, come quando ha ricordato che fra i suoi compiti e quelli della sua squadra vi era la verifica ingegneristica degli impianti, ma bisogna dire che “nell’emergenza si navigava a vista ma questo dal punto di vista impiantistico è impossibile” Quindi come erano progettati questi impianti? 
Ancora sulla qualità del Cdr: “Avevamo solo i dati della Fibe, noi non avevamo gli strumenti”. Ad occuparsi di questo aspetto poi non era lui ma la dottoressa Maria Luisa Imperatrice. Il Fido Avallone ricorda poi che per un periodo i rapporti stilati dalla Seam/Arpac venivano prima consegnati al Commissariato e alla Fibe e poi resi pubblici. Ma questo “è durato solo per pochi mesi”, anche perchè “non ho mai ricevuto pressioni, ho sempre lavorato in totale autonomia”. D’altra parte sulla affidabilità e trasparenza dell’Arpac nessuno dubita, sopratutto da quando si è scoperto che era un serbatoio elettorale di raccomandati che in molti casi non avevano mai lavorato in campo ambientale.
Ma torniamo al Fido Avallone, dopo aver ripetuto che a causa della mancata differenziata, a causa della presenza di rifiuti di tutti i tipi scaricati dai mezzi comunali, a causa dell’estate, dei turisti, del caldo, del mancato avvio della raccolta differenziata, gli ex impianti di Cdr erano sempre sotto stress. Non solo ma a causa del sovraccarico non era possibile effettuare le previste manutenzioni. A questo punto dal Pm parte una domanda: “Mi scusi in quanto, e come avete calcolato il sovraccarico?”. Espressione accigliata di Avallone, che dopo una pausa risponde: “Era evidente, cioè suppongo che i miei uomini guardassero i tabulati”. Ah ecco, lui suppone.
Se a Babbo Natale devi chiedere una cella nuova
Nell’agosto scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire di mille euro il bosniaco Izet Sulejmanovic. Per avergli imposto condizioni “inumane e degradanti” nella sua detenzione. Arrestato per furto Sulejmanovic ha vissuto in carcere con altri cinque detenuti in una stanza di appena sedici metri quadri per 18 ore al giorno. E’ la storia delle oltre 62mila persone che ogni giorno sono costrette a sopportare spazi angusti, servizi igienici scadenti, se non assenti, in strutture spesso vecchie e non in grado di accogliere tutti i detenuti che vi vengono stipati. Eppure in Italia le carceri ci sarebbero. Ci sarebbero perché in realtà, come denunciano da anni le associazioni che si occupano dei detenuti come “Ristretti orizzonti”, sono circa una cinquantina le strutture inutilizzate, fra carceri vere e proprie e case mandamentali.
Solo per parlare della Campania abbiamo i casi di Gragnano, costruito, inaugurato e chiuso, di Frigento e di Morcone a due passi da Benevento, tutti pronti ad entrare in funzione e lasciati invece in uno stato di abbandono.
Già la Corte dei Conti nel 2003 aveva denunciato, in una sua relazione, che nonostante i 3,5 miliardi di euro spesi dalla fine degli anni 60 al 2000, i risultati erano stati deludenti. Questo perché “la politica dello Stato nei confronti delle strutture detentive è stata incostante e non lineare”. La mancanza di una programmazione insomma ha portato sprechi, cattiva gestione e decine di strutture mai finite. Tutto in danno dei detenuti che di fronte a 43mila posti regolari, devono “stringersi” per far entrare i rimanenti 20mila.
In alcuni casi, poi, avevamo strutture perfettamente funzionanti e in grado di accogliere migliaia di persone, ma si è deciso di ridurne la capacità. Questo è accaduto alle case di “reclusione e lavoro” di Mamone, Is Arenas e Isili, tutte in Sardegna. Basti pensare che solo la prima alla fine degli anni 70 aveva circa 1.500 ospiti, oggi sono solo 50.
Ancora il nuovo carcere di Ancona perfettamente attrezzato per ospitare 180 detenuti ed invece non ce ne sono mai stati più di 20. Fino ad arrivare al caso limite della casa circondariale femminile di Pontremoli in Toscana, costruita per 30 ospiti, ne aveva quattro che con lo scorso indulto sono uscite e la struttura ha chiuso.
Ci sono poi le carceri funzionanti ma “vittime” di lunghi lavori di ristrutturazione, come a Gorizia, dove un intero piano è chiuso, a Ferrara dove i lavori cominciati nel 2001 non sono ancora terminati e a Venezia dove si è dovuta ridurre la capacità ad appena 50 posti.
Infine ci sono gli appalti bloccati come quelli di Savona, carcere da 265 posti, dove un contenzioso contrattuale ne ha bloccato i lavori appena iniziati, oppure Marsala, capienza 175 posti, dove hanno messo su solo il cantiere perché l’affidatario dei lavori e il Ministero delle Infrastrutture sono entrati in causa.
E mentre il Ministro della Giustizia Angelo Alfano annuncia il nuovo, ennesimo, “piano carceri”, il sindacato degli agenti di polizia penitenziaria denunciano carenze di organico per 5mila e 500 guardie, e quindi si rischia di costruire altre strutture ma poi non ci sarebbe personale per sorvegliare i detenuti.
Ma, fortunatamente, non ci sono solo cattive notizie. Dopo più di 50 anni e 5 milioni di euro spesi, apre i battenti il “nuovo”, si fa per dire visto che il progetto era del 1959, carcere di Gela. A questo ritmo ai detenuti non resta che chiedere la cittadinanza bosniaca.
No Berlusconi Day: impressioni di dicembre
Ieri una grande manifestazione ha attraversato la città di Roma. Come sanno benissimo i danesi la cui televisione ha seguito in diretta tutto l’evento. Già perchè la nostra televisione di Stato ha ritenuto che le centinaia di migliaia, quanti di preciso difficile da stabilire forse un milione più verosimilmente la metà, di persone scese per strada a chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio non fossero di nessun interesse. Avranno avuto altro da fare evidentemente.
Comunque le telecamere non mancavano, molti videomaker indipendenti si aggiravano fra gli striscioni, ancora di più ho contato macchine fotografiche professionali e registratori vocali. Insomma ho l’impressione che non mancherà il materiale su cui rivedere, rielaborare e riflettere.
Mi ha colpito la presenza di tante famiglie e di persone anche anziane. Ho incrociato un gruppo di arzille vecchiette livornesi che sembravano quasi essere venute ad una festa. “E’ così bella questa piazza”, mi ha detto una, ed aveva ragione.
C’era molta voglia di ironizzare, direi quasi di ridere per non dover piangere, perchè l’indignazione non era da meno dell’allegria. Esemplare e diretto il cartello tenuto su da due ragazzi “Mi hai rotto il cazzo”. E così tra un Silvio in miniatura chiuso dentro una scatola di cartone a sbarre con la scritta “I have a dream” e una serie di lettere giganti di cartone che formavano la scritta “Dimettiti”. La manifestazione ha portato con sè tutte le opinioni, da quelle più accese a quelle più pacate, ma tutte dirette a rivelarsi a far vedere che c’erano. Ho avuto come l’impressione che un’enorme massa schiacciata, compressa, fino a quel momento silenziosa di parole, di cose da dire, di affermazioni da fare sia finalmente esplosa in un gesto liberatorio. Società civile ha detto qualcuno, questo non lo so, però era un bello spettacolo.
Ma non sono state tutte rose e fiori, mi è capitato di assistere ad un momento di tensione tra i ragazzi viola e un camion di Rifondazione Comunista, seguito da un centinaio di persone con la bandiera del partito. In pratica il camion voleva infilarsi in mezzo al corteo e i ragazzi urlavano “voi dovete stare dietro, questa è la nostra manifestazione”, quelli facevano finta di niente e cercavano di portarsi avanti, finchè un tipo con un enorme cappello viola si è piazzato davanti al camion e ha scandito: “prima il viola”. A quel punto i rifondaroli hanno rallentato e la cosa si è ricomposta. Ma non è stato un episodio isolato: dalle traverse laterali che portavano a Piazza dell’Esquilino spesso si sono infilati gruppuscoli con bandiere di rifondazione, comunisti italiani, persino del Pd. Ma la cosa non è passata inosservata, tanto che quando sono passato di fianco a Ferrero, il segretario di Rifondazione, ho sentito da dietro di me partire una bordata di fischi e anche un “va a casa”. 
Diversamente, invece, da quanto accaduto a De Magistris, che ho visto marciare da solo, o meglio con alcuni amici, senza alcuna bandiera o distintivo ma solo una sciarpa viola. Diverse persone gli hanno chiesto una foto, e altri si fermavano per stringergli semplicemente la mano.
Con questo non voglio certo difendere l’Idv e accusare i partiti di sinistra “extraparlamentare” di aver giocato sporco, ma mi è sembrato di cogliere atteggiamenti diversi. In questo pezzo che vuole essere una testimonianza delle mie impressioni, una cosa sicuramente ricorderò: la sensazione che molte persone si trovassero lì perchè avevano voglia di essere lì. Lo volevano fare e volevano sentirsi parte di qualcosa.
Cosa succederà dopo? Non ne ho idea, ma spero che quello che si è visto non resti un episodio isolato, ma possa costituire un primo passo per quantomeno ragionare su quello che significa oggi fare “opposizione” in questo Paese.
Pura razza padana: rom sgomberati di Alessandro Gigante
Alla fine le eroiche forze dell’ordine di Pavia hanno sgomberato le pericolose famiglie rom. E ora dove li manderanno? Mah nessuno ci ha pensato, ma dobbiamo capirli, prima viene la sicurezza degli italiani poi eventualmente i diritti umani.
Alessandro Gigante ha ripreso lo sgombero e la disperazione di alcuni suoi ex occupanti.
Perchè Bertolaso non ama i gabbiani
Mentre accompagnava i giornalisti sull’invaso della discarica di Terzigno, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, il nostro George W Bertolaso, capo assoluto della Protezione civile, orgoglioso diceva: “Vedete? Qui non ci sono gabbiani che volano sulla struttura, questo perchè nel sito sono conferiti solo rifiuti trattati, non c’è organico”. Niente gabbiani sul Vesuvio insomma a costo di abbatterli con le pale dell’elicottero su cui viaggia solitamente il nostro condottiero.
Ma qualche decina di chilometri più a nord, sulla discarica di Ferrandelle di gabbiani se ne vedono a migliaia che pascolano su montagne di rifiuti tal quale lasciati, o meglio abbandonati, su enormi piazzali, diventando così una fonte di trasmissione per le infezioni.
Già perchè la Professoressa Francesca Menna, del dipartimento di patologia aviaria della Federico II, ha condotto diversi studi che evidenziano due importanti elementi. Il primo è che gabbiani, piccioni ed uccelli migratori, in minor parte, sono diventati portatori di una forma particolarmente pericolosa di Escherichia Coli, un batterio che può causare diverse disfunzioni all’apparato digerente anche nell’uomo, più nello specifico la tipologia denominata 157H7.
“Quando l’abbiamo riscontrata siamo rimasti molto sorpresi- dice la Menna- perchè questo tipo di batterio viene contratto dai bovini e non dagli uccelli”. Com’era stato possibile quindi che una specie animale soffrisse delle patologie di altre specie?
“Si tratta di un fenomeno di “crossing” che si verifica in ambienti molto promiscui- aggiunge la professoressa- ma devono ricorrere delle condizioni particolari”.
Condizioni che nella Regione Campania si sono verificate quando a causa dell’emergenza rifiuti la città è stata sommersa di “munnezza” e della decisione di aprire in seguito decine di discariche per accogliere rifiuti indifferenziati.
Nel 2006, infatti, il team della Menna comincia a lavorare sui piccioni della città di Napoli, quando riscontra questa anomalia, eppure nel territorio urbano non ci sono allevamenti. “Non riuscivamo proprio a capire cosa fosse successo. Poi ci siamo guardati intorno; eravamo circondati da spazzatura tal quale, lasciata per le strade e piena di rifiuti organici. In pratica dividendo questi spazi con topi, insetti e cani, che mangiano i resti di cibo avariato di mucca o altri animali, anche i piccioni avevano contratto l’escherichia”.
Ma in seguito i rifiuti vengono raccolti dalle strade ed oggi la città è tornata ad essere relativamente pulita, quindi pericolo scampato? Pare proprio di no come spiega la Menna: “Siamo tornati a rifare le analisi, questa volta sui gabbiani, nel 2009. Ed abbiamo riscontrato di nuovo lo stesso problema. Ci siamo chiesti perchè e la risposta sta nelle discariche a cielo aperto che sono luoghi altamente rischiosi per le infezioni”. Anzi, sotto un certo punto di vista “le discariche sono anche peggio perchè attirano decine di specie diverse tutte concentrate in un luogo solo da cui poi si propaga l’infezione”. In pratica accumulare rifiuti sui piazzali equivale a lasciarli per strada, se non peggio, da un punto di vista igienico-sanitario. “Siamo di fronte ad una situazione folle, altro che virus H1N1( quello della influenza A)- si sfoga la Menna- qui siamo di fronte ad uno stato delle cose che mette in pericolo la salute della fauna Campana e anche dei cittadini, in particolar modo i bambini che sono più esposti”.
Per comprendere meglio il fenomeno e descriverne la portata ora il dipartimento di patologia aviaria sta avviando uno studio sugli uccelli migratori. Perchè se piccioni e gabbiani sono specie stanziali, “anche se per i secondi si parla di un raggio di azione di 45 chilometri” specifica la Menna, in Campania ogni anno arrivano migliaia di uccelli che poi riprendono il loro cammino diretti in tutta Europa.
“Quello che ci preoccupa- conclude- è che stiamo riscontrando un espandersi di queste patologie anche nelle specie selvatiche che solitamente sono molto più resistenti, anche più dell’uomo. Questo vuol dire che ci troviamo in un ambiente molto insalubre.”
Ma questo bisognerebbe spiegarlo a chi apre le discariche in parchi naturali, festeggiando il tutto come un successo della buona amministrazione.
Storia di uno sgombero scomodo di Alessandro Gigante
Riporto dal blog dell’amico alessandro gigante, dove potete vedere tutti i video, una storia di ordinario razzismo di Stato, in questo Paese a due velocità, con una giustizia che ha due pesi e due misure: una, indulgente e garantista, per i ricchi e potenti; l’altra, severa e terribile, per i poveracci.
“ Panni stesi ovunque, luci mancanti nei corridoi, stanze dove a vivere tra un angolo cucina improvvisato ed un salotto improvvisato sono 7 o 8 persone contemporaneamente, di cui la maggior parte bambini. Ovunque caos, grida, gente che va e gente che viene, che guarda la nostra telecamera curiosa ma allo stesso tempo impaurita dalla possibilità di essere ripresa, e di rivelare così al mondo esterno la loro miseria. E bambini. Tanti bambini. Più e meno piccoli, dai due ai 15 anni, che rischiano di essere separati dai genitori per essere mandati in istituti che nemmeno conoscono tra pochi giorni.
Precisamente due. Perchè il Comune ha deciso così, e non si torna indietro.
Accade a Pavia, al dormitorio San Carlo: Un palazzone vecchio e dimenticato in una sorta di terra di confine, in cui sono ospitati da anni secondo le stime 31 zingari rom, divisi in 6 famiglie. Due di queste, circa una dozzina di persone, il prossimo venerdì saranno sfrattate e messe sulla strada, perchè giudicate “non integrabili”. Unica ancora di salvezza concessa ai bambini (ma non ai genitori), la possibilità di essere presi in carico dal Comune e trasferiti in un istituto almeno fino al prossimo giugno, per poter almeno completare l’anno scolastico. Dividendo però di fatto i figli dai genitori, che – stando a quanto ci hanno riferito – avrebbero la possibilità di vederli solo durante i weekend.
Siamo riusciti con la nostra troupe ad entrare con le nostre telecamere dopo aver superato il blocco della vigilanza privata all’ingresso, e queste sono le testimonianze che abbiamo raccolto, e pubblicato sul sito della web tv per cui lavoro. 
Ma qualcuno di voi si potrà anche chiedere: davanti alla minaccia di separazione dai genitori a cui vanno incontro questi bambini, al rischio per i genitori di finire per strada senza nessun sostegno da un giorno all’altro, al giudizio sommario di chi senza averli mai visti definisce queste persone come “non integrabili”, quale sarà stata la posizione della caritatevole chiesa Pavese? Cosa avrà detto il monsignore davanti al rischio di separazione delle famiglie?
Eccovi la risposta del vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, che un altro dei nostri inviati ha raggiunto dopo che grazie ad un accordo tra Comune di Pavia e Curia aveva appena incassato 25mila euro con la firma di un protocollo d’intesa sulla funzione sociale ed educativa delle parrocchie mediante gli oratori.
Per concludere, questa l’intervista all’assessore Comunale ai Serivi Sociali Sandro Assanelli, che davanti all’accaduto dichiara: “Non possiamo continuare a mantenerli per sempre. Se loro vogliono tenere i figli con loro, noi non cederemo al loro ricatto: spingere i genitori ad imparare a camminare con le proprie gambe ha anche una funzione educativa.
La seconda parte dell’intervista all’assessore la trovate da domani sul sito.
Lo sgombero, ugualmente, è previsto per domani. E la probabilità, alta, è che finiscano come quelli delle foto che corredano questo servizio, che sono proprio quelle di un sgombero di Rom avvenuto alla fabbrica dismessa Snia solo pochi mesi fa.”





