Busholaso: “Mission complete!”
“L’emergenza rifiuti è finita, il 31 dicembre la protezione civile avrà terminato il suo compito. A breve il governo emanerà un decreto che chiuderà 15 anni di emergenza”. Trionfale, sul bordo della vasca della futura discarica di Terzigno, Guido Bertolaso sembrava incurante del tanfo di spazzatura che saliva da giù. A lui dovevano sembrare rose e fiori. Mentre ci spiegava le meraviglie di quell’impianto, che altro non è che una normalissima discarica, e con evidente abilità mediatica schivava tutte le domande che riguardavano le altre “discariche”.
A chi gli chiedeva perchè Terzigno e non Chiaiano, rispondeva che “Terzigno era più vicina al termovalorizzatore da cui siamo partiti”. Originale, nemmeno io che sono di Napoli sapevo che una discarica che si trova nei confini del capoluogo di Provincia e l’inceneritore che si trova nella stessa Provincia fossero più distanti di una discarica che si trova sul Vesuvio.
Mentre spiegava che “questa discarica è sicura perchè vedete non ci sono nemmeno gabbiani che di solito cercano cibo quando i rifiuti sono pieni di organico”, qualcuno gli faceva notare che a Ferrandelle, a San Tammaro, di gabbiani ce ne sono centinaia. Ma lui imperturbabile “questi posti li possiamo visitare quando volete”. Peccato poi che siamo stati portati solo a vedere l’inceneritore di Acerra.
Un inceneritore miracoloso, fra l’altro, poichè ci veniva spiegato che “siamo sotto tutti i limiti di emissione nazionali del 70%-80%” addirittura un tecnico mi spiegava che “per quanto riguarda le emissioni nocive di diossina al camino, oggi siamo prossimi allo zero”. Insomma ci si potrebbe fare anche l’aereosol vicino ai camini dell’impianto.
Ma Bertolaso non è uomo dai facili entusiasmi: “Noi abbiamo fatto molto, ma certo qui c’è ancora tanto da fare, la differenziata ancora non è partita ovunque, ci sono da fare le bonifiche e poi c’è tanto degrado nei territori della Campania”. Ma quello non dipende dalla Protezione Civile. Ovviamente.
Insomma il nostro novello Bush non avrà avuto una portaerei, ma un bellissimo inceneritore si, non aveva la tuta da aviatore, ma la divisa della Protezione civile, ma insomma un pò ci si deve anche accontentare, l’importante è che anche lui di fronte al pubblico plaudente abbia potuto annunciare fiero: “Mission complete!”
Vietato divertirsi! Parola di Giovanardi
Incredibile ma vero, il Rototom Sunsplash uno dei festival Reggae più importanti d’Europa, sia per la durata, circa dieci giorni, sia per il numero di presenze, circa 150mila, rischia di non svolgersi più in Italia. Perchè?
Perchè secondo una denuncia fatta dai Carabinieri del Friuli Venezia Giulia, il festival si svolge infatti ad Osoppo vicino ad Udine, gli organizzatori e lo stesso sindaco violerebbero l’art. 79 della legge Fini Giovanardi, ovvero “chi adibisce o consente che sia adibito un locale pubblico o un circolo privato di qualsiasi specie a luogo di convegno di persone che ivi si danno all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope è punito, per questo solo fatto, con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da euro 3.000 ad euro 10.000″.
Ovviamente il sopracitato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, gongola e rivela ad Affaritaliani, il suo stupore per gli sforzi dei colleghi del Pd, e di molti artisti aggiungo io oltre che di migliaia di ragazzi, per salvare un festival di “drogati”.
Insomma gli organizzatori vogliono andare via, stanchi delle continue pressioni ed intimidazioni di Stato, però hanno lanciato una campagna “non processate Bob Marley” si può aderire sul loro “sito”
Quindi ora siamo tutti avvisati: per divertirsi o si è invitati alle festicciole a palazzo grazioli, oppure arriverà l’integerrimo Giovanardi a ricordarci che bisogna essere tutti casa, chiesa e tv…
(grazie ad alessandro Gigante)

Radovan Karadzic in aula: ricordando Srebrenica
Dopo molti rinvii e tentennamenti Radovan Karadzic ha deciso di presentarsi di fronte alla Corte che lo sta giudicando all’Aja in Olanda. Quella di oggi è quindi una data importante, anche se il processo per crimini di guerra all’ex presidente della Repubblica Sprska e ai suoi complici, resta ancora in libertà il più feroce e pericoloso Ratko Mladic, è ben lontano dalla sua conclusione.
Karadzic è accusato di numerosi crimini di guerra commessi tra il 1993 e il 1995 quando era presidente dell’autoproclamata Repubblica dei serbi di Bosnia. Entità che tutt’oggi ancora esiste anche se non è riconosciuta da alcun Paese e da alcun organismo internazionale.
Eppure esiste un confine tra quelli che sono i territori dello stato della Bosnia Erzegovina e queste terre popolate per la maggior parte da serbi. Vi sono posti di blocco dove la polizia serbo bosniaca controlla passaporti e veicoli. La capitale di questo Stato fittizio è Banja Luka, l’altra città, dove vi si era stabilito il comando militare, è Pale.
I due capi di imputazione più importanti, e noti, riguardano l’assedio di Sarajevo, durato 44 mesi, e il massacro di Srebrenica, consumatosi tra l’8 e l’11 luglio del 1995.

Memoriale di Potocari, dove sono seppellite le vittime del massacro
Quando le milizie di Mladic entrarono in una cittadina che era un enclave di musulmani bosniaci dentro i territori dei serbi. C’erano 35mila persone che vivevano lì, oggi sono 18mila. Dopo la fine della guerra sono state scoperte le fosse comuni. Se ne contano finora un centinaio, i serbi, infatti, avrebbero disperso i corpi in più punti per non essere accusati di genocidio. Accusa che invece è arrivata nel 2007 proprio dalla Corte Penale internazionale: quello che è accaduto durante l’estate del 1995 è un frutto amaro, più di 8mila morti, tutti musulmani bosniaci.
Bisognava “bonificare” l’area, renderla etnicamente pronta perchè potessero risiedervi solo serbi. Ora resta un memoriale, e il lavoro di chi sta ancora cercando di dare un nome ai tanti corpi sfigurati, distrutti, sepolti.
Non è accaduto fra qualche sperduta regione montagnosa dell’Asia, non è accaduto un secolo fa. Ma è successo qui a poche centinaia di chilometri da noi, 15 anni fa. Il tribunale dell’Aja si mise subito al lavoro e nel 1996, dopo due anni di indagini, presero il via le prime fasi del dibattimento.

La pietra che ricorda il numero delle vittime
Così recita l’atto introduttivo del processo (27 giugno 1996): “Questa particolare applicazione è in conformità con la politica del pubblico ministero di indagare la responsabilità individuale penale delle persone in posizioni di autorità superiore e di controllo. Questa Politica comprende l’indagine su i responsabili che davano gli ordini illegali di commettere crimini su cui questo Tribunale è competente. La politica comprende anche l’inchiesta dei crimini sulla base della dottrina della responsabilità di comando, che, nell’ambito di questo caso, si riferisce alle indagini
sulle persone in posizioni di autorità superiore che non sono riuscite o hanno omesso di impedire che il comportamento criminale o di dissuadere l’illegittimo comportamento dei loro subordinati. Questa imputata responsabilità si applica se la persona in superiore autorità sapeva o aveva motivo di sapere che i subordinati stavano per commettere o avevano commesso crimini e tuttavia omesso di adottare le necessarie e misure ragionevoli per prevenire la commissione di tali reati o per punire coloro che li avevano commessi.
Quando l’Ufficio del Procuratore è diventato operativo a metà del 1994, è stato fatto un focus significativo dell’accertamento sulle persone coinvolte nelle posizioni di autorità che erano
responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario nella ex Jugoslavia. Questa è ancora la situazione attuale, e continuerà ad essere così. In relazione alle accuse che tali gravi
violazioni sono state commesse dai serbi bosniaci nella Bosnia-Erzegovina, le indagini da parte dell’Ufficio della procura si sono concentrate sulle singole Responsabilità penali della leadership
dell’amministrazione serba a Pale. In relazione a tali indagini, la Procura sta indagando su una vasta gamma di accuse che copre i reati di competenza del Tribunale, incluso il genocidio, i reati
gravi contro i civili, come l’omicidio, lo stupro, la tortura e altri atti di crudeltà, così come la distruzione dei beni culturali e storici proprietà e monumenti.

le tombe dei bosniaci musulmani
La responsabilità di Radovan Karadzic e Ratko Mladic è stato un tema centrale fin dall’inizio, e più di recente, le indagini hanno incluso Mico Stanisic. Il Procuratore ha già rilasciato rinvii a
giudizio nei confronti di altri individui di genocidio, omicidio, stupro, maltrattamenti di civili, torture e altri reati derivanti dal funzionamento dei campi di detenzione e da attacchi contro i civili disarmati. “
(Tutte le foto, eccetto la prima di Karadzic, sono state realizzate da me ad Agosto di quest’anno, durante la terza settimana della memoria a Srebrenica)
Fenomeno Casa Pound: “Una progressione inquietante”
Intervista con Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica autore di “Bande Nere”( Bompiani euro 17,50)
Sono sempre di più, sono sempre più giovani, sono sempre più “inseriti”. Ecco il ritratto del fascista del terzo millennio. Ragazzi in cerca di trasgressione, perché “essere di sinistra non è più alternativo” ci spiega Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica, e autore del libro inchiesta “Bande nere”.
Nelle pagine del volume percorriamo una sorta di Tour nero per le città e le strade d’Italia, fra le case occupate, i cortei e l’organizzazione di eventi e concerti, tutti di stampo neofascista. Certo ci sono ancora i luoghi “classici” dei movimenti di ultradestra, come le curve degli stadi, “oggi l’80% degli ultras italiani ha una colorazione nera, nerissima”, ma non siamo più di fronte a comunità chiuse. “Anzi- dice Berizzi- i movimenti neofascisti oggi sono molto aperti alla società civile perché possono infiltrarsi con maggiore facilità”. Non solo ma, come nel caso di Quarto Oggiaro a Milano, oggi i giovani di ultradestra trovano anche alleanze inedite e rinnovate con la malavita organizzata. Certo stiamo parlando comunque di una serie di sigle che “alle elezioni non raccoglie più di un 3%, sommandole tutte e molte di queste non hanno buoni rapporti tra loro”.![34594_casapound[1]--400x300 34594_casapound[1]--400x300](http://devilpress.files.wordpress.com/2009/11/34594_casapound1-400x300.jpg?w=400&h=300)
“Ma non è un fenomeno da sottovalutare- aggiunge Berizzi- anzi assistiamo ad una progressiva nazificazione dei movimenti di estrema destra, perché oggi c’è bisogno, soprattutto per i più giovani, di identità forti, di etichette esplosive che riempiano il vuoto di valori e di idee che c’è intorno, e i neofascisti si inseriscono perfettamente in questa logica”.
Berizzi ha viaggiato lungo l’Italia per capire la crescita e l’affermazione di quella che non è più solo una “frangia” di nostalgici, ma di ragazzi perfettamente integrati nel tessuto sociale.
Tanto da essere considerati alla “moda”, come aveva fatto in Febbraio il mensile della Mondatori “Top Girl”. Destinato ad un pubblico femminile tra i 14 e i 19 anni, aveva presentato la “carica dei neofascisti” come qualcosa di terribilmente “trendy”. Ecco questa è la grande “novità” ci dice Berizzi, “oggi non vediamo più i “ghetti” dove l’ultradestra era stata confinata e nei quali a volte si era auto confinata, basta con l’abbigliamento estremo o gli slogan truci; oggi il neofascista vuole sembrare un ragazzo normale, quello che potresti avere vicino nel banco o in fila alla mensa con te”.
“Sono partito dal Veneto, dalla periferia di Milano e da Roma ovviamente, perché questi posti sono diventati delle vere e proprie “officine” del neofascismo, se si osservano i muri della Capitale, in diverse zone ci si ritroverà davanti una vera e propria lavagna dei movimenti di ultra destra”.
In questo “mare” di movimenti si distingue CasaPound: “Quello della “tartaruga”( il simbolo del movimento) è un caso molto particolare. Prima di tutto ci troviamo di fronte al primo modello di centro sociale di destra. Tanto da vedere un “copia e incolla” di molti temi cari alla sinistra, come la casa, l’essere contro i poteri “forti”, loro lo chiamano antiglobalismo, e il sentirsi vicino ai ceti meno abbienti, ovviamente composto da cittadini italiani, perché l’identità nazionale e nazionalistica è un tema centrale”.
Quello che, però, interessa maggiormente di Casa Pound sono da un lato le sue contraddizioni e dall’altro le sue strategie, nelle quali si inserisce perfettamente l’occupazione dello stabile a Materdei .
“La prima contraddizione che mi sono trovato davanti- spiega Berizzi- è che i ragazzi di Casa Pound si presentano come dei “duri e puri” che occupano le case che poi trasformano in centri sociali, ma a Roma per esempio pagano l’affitto in più di una sede o gli appartamenti gli vengono addirittura regalati”. Secondo Berizzi questo avviene perché ci si trova di fronte ad un movimento che si sta “istituzionalizzando” e che sta costruendo un “Franchising del neofascismo” con una strategia comunicativa molto studiata.
“Quelli di Casa Pound ti dicono “noi rompiamo gli schemi” che significa comunicare anche con chi è diverso da loro, presentarsi nelle università, diminuire le distanze con gli altri, presentarsi come “fascisti per bene”. In un certo senso nascondersi, celare gli aspetti più estremi della propria identità”.
In questo senso risulta molto istruttivo un video, che circola su youtube, del marzo scorso, nel quale si vede l’eurodeputato leghista Mario Borghezio ad un convegno di “Nissa Resela”, movimento di ultradestra francese, mentre dà alcuni “suggerimenti” ai militanti.
Borghezio parla di “infiltrazione politica”, di “non apparire agli altri come fascisti nostalgici”, anche se è importante “rimanere dentro, sempre gli stessi”. Dissimulare, insomma, ed è quello che Berizzi vede fare ai neofascisti di Casa Pound.
“Cercano le sedi sempre vicino a luoghi dove vi siano forti comunità di immigrati, oppure dove ci siano università o in quartieri popolari- continua- questo perché da un lato loro devono dimostrare di essere l’ultimo “baluardo” di italianità in un Paese sempre più multiculturale; dall’altro stanno vicini ai “terreni di coltura” dove possono trovare giovani, o giovanissimi, da portare dalla loro parte, ecco l’importanza di apparire come “ragazzi normali”, moderni che condividono le stesse ansie e le stesse speranze dei loro coetanei”.
Quello che però appare davvero preoccupante è “l’inquietante progressione” che i movimenti neofascisti stanno facendo all’interno della nostra società: “Numericamente non sono tanti in assoluto- dice Berizzi- sono circa 150mila i ragazzi che fanno parte dell’ultradestra, ma è la capacità di infiltrarsi ad ogni livello e anche la mancanza di “risposte” che vengono dal sistema. Sono sempre più tollerati, come se si cercasse di “normalizzarli” e non di combatterli, e questo lo si vede dalle mancate risposte della politica, che tollera, e dall’assenza di alternative. Fenomeni come Casa Pound hanno preso il posto una volta occupato dai movimenti di sinistra. Oggi che nel Paese c’è stata una vera e propria disintegrazione di quella che si chiamava un tempo “sinistra extraparlamentare”, ti trovi davanti un vuoto. Ecco i neofascisti sono arrivati per riempirlo quel vuoto”.
Il crescente numero di aggressioni ai danni di omosessuali, immigrati o semplicemente ragazzi rei di apparire o essere “comunisti”, dimostra che la progressione “inquietante” è una realtà sempre più evidente. Forse però l’aspetto più preoccupante è proprio quella “tolleranza” che il sistema politico e sociale accorda a questi fenomeni. Resta da chiedersi, infatti, in che tipo di Paese viviamo, e soprattutto vivremo, se si decide di inglobare e metabolizzare un fenomeno come quello del neofascismo.
Comprate Monitor: il mensile senza peli sulla lingua!
Uscita di fine ottobre per il nuovo numero di monitor: “Casa mangia casa” dal Piano Regionale, ad Alfredo Romeo, fino a quella occupata da Casa Pound a Materdei. E poi ancora, rubriche, recensioni e un mega poster di due pagine!

Attenti alla “Lobby Gay”, parola di Giancarlo Abelli
Nel video che potete vedere qui, il parlamentare della Pdl, Giancarlo Abelli, detto “il faraone” negli ambienti della sanità lombarda, si lancia in un accorato appello a fare attenzione alla “lobby gay”, coccolata da certa sinistra e che deve essere potentissima, infatti costringe politici e governatori ad avere rapporti con transessuali, e poi finire rovinati e costretti a dimettersi.
Invece, sorprendentemente, Abelli glissa su un’altra lobby, o meglio la chiamerei più associazione o patto, fra la moglie Rosanna Garimboldi che a Pavia conoscono bene in quanto assessore, e Giuseppe Grossi, detto “il re delle bonifiche”, l’accusa è quella di riciclaggio. Pensate pare che avessero messo su un bel giochino per “schermare” i denari di Grossi mentre lo stesso gonfiava di 14 milioni di euro i costi di bonifiche di aree industriali pesantemente inquinate in Lombardia.
Che Grossi e la Garimboldi siano anche loro vittime di un “complotto gay”? Ispettore Abelli ci pensi lei.
A proposito di Abelli, il grande Barbacetto su “Il fatto quotidiano” aveva scritto qualche giorno fa
Spazzatour 2: sopra il giorno di dolore che uno ha
Stavo sbobinando il materiale video girato durante la giornata di venerdì, e così mi sono fatto prendere da un montaggio molto poco giornalistico, volevo solo raccontare quello che ho provato.
La musica è “Hurt” del mitico Johnny Cash tratta da “American IV”: clicca qui per il video
Spazzatour 2: belle cartoline e amare verità
Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione del Co.Re.Ri. e in particolare di Anna Fava( un grazie all’amico Alessandro Gigante per il suggerimento delle foto, l’indirizzo del suo blog lo trovate qui a destra)
Scuotono la testa. Cercano di capire quello che hanno di fronte, perché gli sembra incredibile. Di fronte al triste e terribile spettacolo dei rifiuti urbani indifferenziati ammassati a Ferrandelle. Migliaia di tonnellate non differenziate e non trattate lasciate sui piazzali all’aperto fra i gabbiani e le ruspe. O di fronte ai corsi d’acqua dei Regi Lagni, lungo i cui margini vengono sversati quotidianamente tonnellate di rifiuti tossici provenienti dal nord Italia, che le piene portano via fino al mare. Scuotono la testa e parlano tra di loro a bassa voce i giornalisti della stampa estera che hanno partecipato allo “Spazzatour 2”, organizzato dal Co. Re. Ri, il Coordinamento Regionale dei Rifiuti della Campania, che li ha portati in giro per le provincie di Napoli e Caserta a vedere da vicino come il problema rifiuti sia ben lontano dall’essere risolto. Una cartolina quella delle strade di Napoli libera dalla “munnezza” che serve a nascondere sotto un gigantesco tappeto inefficienze e collusioni di una classe dirigente che sulla Campania vuole stendere un velo velenoso di silenzio perché tutto possa continuare come prima, come negli ultimi quarant’anni.
Tossico? Si grazie
L’area che i giornalisti stanno attraversando è una delle più fertili d’Europa. Incastonata tra le zone vulcaniche di Roccamonfina, del Vesuvio e dei Campi Flegrei, vede la presenza di oltre 40mila aziende che rappresentano la spina dorsale dell’economia casertana, con una produzione annua di 34mila tonnellate di mozzarella di bufala, insieme a vini, formaggi, frutta e 3 importanti marchi di acqua minerale. Insomma un vero e proprio “scrigno agricolo d’Europa” che rischia di scomparire a causa dell’inquinamento da rifiuti tossici. Per quarant’anni, infatti, diversi clan, in testa quello dei Casalesi, come raccontato dal pentito di camorra Gaetano Vassallo, hanno sversato migliaia di tonnellate di sostanze tossiche provenienti dalle industrie del nord Italia, ma anche dalla Germania e da altri Paesi europei, industrie che hanno stretto un patto d’acciaio con le mafie per liberarsi dei loro scarti.
Una situazione che si è ulteriormente aggravata da quando è stato dichiarato lo stato di “emergenza” nel 1994. Oggi su questa stessa zona insistono anche numerose discariche “legali”, costruite spesso sopra gli stessi siti di sversamento della camorra: rifiuti urbani mischiati a rifiuti tossici. C’è la discarica di Lo Uttaro, dove in un video il capocantiere dichiara candidamente che la discarica del commissariato è stata costruita sopra una discarica illegale di rifiuti tossici; c’è Ferrandelle, al momento chiusa, in cui sono stati ammassati milioni di tonnellate di rifiuti dell’emergenza 2008; ci sono quelle di San Tammaro, “Maruzzella” 1, 2 e 3, quelle di Villaricca, di Taverna del Re, c’è la discarica di Chiaiano, realizzata su migliaia di tonnellate di amianto scaricate illegalmente, e al momento chiusa a causa di una frana che ne ha fatto crollare le pareti interne; c’è poi l’inceneritore di Acerra, che è stato temporaneamente chiuso per problemi tecnici interni, e che già in fase di collaudo ha prodotto continui superamenti del limite massimo di emissioni nocive. E poi ci sono le discariche del beneventano, con Savignano che straripa percolato nei campi ogni volta che piove, c’è Sant’Arcangelo Trimonte con le sue frane, c’è Macchia Soprana che stilla percolato nell’oasi regionale della Piana del Sele, e tante altre enormi discariche che sebbene chiuse continuano a rilasciare percolato nelle falde acquifere. Percolato che si mischia ai rifiuti tossici sversati fuori e dentro le discariche.
Le provincie di Napoli e Caserta sono quelle più colpite, ma in tutta la Campania ci troviamo di fronte ad un disastro ambientale su più livelli: ci sono gli sversamenti di rifiuti tossici avvenuti nel passato su tutto il territorio e mai bonificati, motivo per il quale sono stati rinviati a giudizio il Governatore Antonio Bassolino, l’ex prefetto Alessandro Pansa, e la società Jacorossi. Ci sono le sostanze pericolose che vengono scaricate ancora oggi, come si può vedere sotto i cavalcavia dell’asse mediano, la superstrada che collega tutto l’hinterland partenopeo, o lungo i canali dei Regi Lagni, sostanze pericolose che, mischiate a pneumatici e balle di stracci, vengono spesso date alle fiamme, generando quei roghi che numerose volte sono stati documentati dalla popolazione e da diversi mediattivisti della “terra dei fuochi” (http://www.laterradeifuochi.it/ ).
Un disastro continuo in cui i rifiuti urbani si mescolano continuamente coi rifiuti tossici.

Cartoline amare
In uno spot del 2008 realizzato dalla Presidenza del Consiglio, si vedeva una bella ragazza sommersa dai rifiuti che veniva d’improvviso afferrata da tante mani che ripulivano la Piazza del Plebiscito restituendo Napoli alla dignità di grande metropoli. Se però ci si fosse chiesti dove erano andati a finire tutti quei sacchetti, si avrebbe avuto un’amara sorpresa. Infatti il problema dei rifiuti urbani non era stato risolto avviando finalmente quella raccolta differenziata per la quale in passato erano stati stanziati 250 milioni di euro. Solo in tempi recenti a Napoli (la maggiore produttrice di rifiuti della regione) l’azienda pubblica “Asia” aveva tentato di avviare in alcune zone pilota la raccolta differenziata porta a porta, ottenendo una buona risposta da parte degli abitanti anche dei quartieri più degradati, ma senza ricevere gli stanziamenti adeguati a gestire questo tipo di raccolta il progetto non ha potuto proseguire. Infatti l’Asia, dopo dieci anni dalla sua istituzione, è ancora in attesa di un contratto col Comune di Napoli che garantisca continuità e adeguatezza dei fondi. Questo fatto, unito alla mancanza di un’effettiva direzione dell’azienda (attualmente sprovvista di un Direttore generale e di un Direttore del personale), non solo ha arrestato questo promettente principio di raccolta differenziata porta a porta, ma rischia anche di far fallire la stessa azienda pubblica.
Ma se i rifiuti non sono stati differenziati e l’inceneritore di Acerra è fermo, dove è finita l’emergenza? Più semplicemente i rifiuti tal quale sono stati spostati lontano dal centro città, nel cuore delle campagne, parafrasando si potrebbe dire “naso non sente, cuore non duole”. Così mentre il premier Silvio Berlusconi si lasciava andare a dichiarazioni trionfali sulla capacità di affrontare la crisi e spendeva parole di elogio – «i nostri eroi» – per il management di Impregilo, le ruspe spianavano enormi territori agricoli per far posto ai rifiuti, solo poche decine di chilometri più in là.

Nascevano quindi dei veri e propri “mostri” ecologici non attrezzati né messi in sicurezza, come dimostrano i continui straripamenti di percolato, una sostanza tossica prodotta dalla compressione dei rifiuti indifferenziati quando vengono accatastati gli uni sugli altri e spesso mischiata nelle discariche campane a fanghi industriali e altri tipi di rifiuti tossici. Ma la tipologia di rifiuto che si può ammirare a vista d’occhio lungo i venti ettari del “sito di stoccaggio provvisorio” di Ferrandelle, oppure quello di “Maruzzella 3”, che si trova a poche centinaia di metri dal primo, è un’interminabile distesa di rifiuto “tal quale”, ammassato senza alcun criterio e spesso lasciato all’aria aperta, all’appetito dei gabbiani e di altri animali. Ma non è finita. Nella stessa area dovrebbe sorgere l’inceneritore di Santa Maria la Fossa, su cui altre dichiarazioni del pentito Gaetano Vassallo gettano una luce ancor più inquietante: “I Casalesi avevano deciso di realizzare il termovalorizzatore a Santa Maria La Fossa. Cosentino (sottosegretario all’economia e probabile candidato alle prossime elezioni regionali in Campania), mi disse che si era dovuto adeguare alle scelte fatte ed avvantaggiare solo il gruppo Schiavone nella gestione dell’affare”.
Silenzio in aula
Eppure tutto questo si poteva evitare. Se si fosse effettuata la raccolta differenziata, come previsto dal decreto Napolitano del 1998, che prevedeva che il 50% dei rifiuti solidi urbani dovesse essere avviato ad un ciclo virtuoso entro il 2000, forse non avremmo oggi montagne di migliaia di tonnellate di rifiuti che giacciono nelle campagne della Campania. Ma le cose sono andate molto diversamente. Come emerge anche dal processo “Fibe-Impregilo”, cominciato nel maggio del 2008, e che vede imputati gli allora vertici del Commissariato di governo e della società, per i reati di truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico ed altri gravi reati. Un processo difficile per la complessità delle questioni affrontate, ma difficile anche perché ai giornalisti è stato impedito di riprendere o registrare le udienze dalla Procura della Repubblica.

Durante il processo, attraverso le testimonianze e le deposizioni del consulente della Procura di Napoli, Paolo Rabitti, che sull’argomento ha scritto il libro “Ecoballe”, è emerso un quadro piuttosto chiaro. Secondo l’accusa, infatti, la Impregilo, e le società collegate Fibe e Fisia, si aggiudicano la gara di appalto per la gestione dei rifiuti non solo con l’offerta tecnologicamente più scarsa, ma con ben chiaro il progetto di non realizzare mai la raccolta differenziata e destinare tutti i rifiuti all’incenerimento.
Indizio di tutto questo la lettera che l’allora presidente dell’Abi, associazione bancaria italiana, Giuseppe Zadra, invia all’ex Presidente della Regione Rastrelli, nella quale chiede che durante la gara d’appalto venga considerata l’importanza dei contributi pubblici Cip6 come garanzia per il prestito accordato all’Impregilo per la costruzione degli impianti. Per rientrare nei costi Zadra proponeva di obbligare i Comuni a conferire a Fibe-Impregilo i loro rifiuti, in modo da poter usufruire di maggiori contributi Cip6. Infatti, contrariamente all’ordinanza Napolitano, il contributo all’incenerimento Cip6 viene esteso all’intero quantitativo di rifiuti prodotti, contrariamente a quanto predisposto dall’ordinanza Napolitano. Tradotto: bisogna trovare un modo perché i finanziamenti delle banche rientrino in maniera sicura grazie ai contributi statali, eliminando di fatto il rischio d’impresa a spese dello Stato e della salute pubblica.
Ecco perché Impregilo, sempre secondo l’accusa, realizza degli impianti di trattamento per i rifiuti, i famosi CDR, che non sarebbero mai stati in grado di effettuare una corretta separazione dei rifiuti, ma erano costruiti per ottenere la maggiore quantità possibile di rifiuti da trasformare in ecoballe. Ma la magistratura sequestra gli impianti e nega la possibilità di bruciare le ecoballe che vengono giudicate non a norma. A questo punto interviene il miracolo: col decreto 90 del maggio 2008 si legalizza la possibilità di bruciare nell’inceneritore non solo le ecoballe non a norma, ma lo stesso tal quale, mentre quello che ovunque è considerato un reato, smaltire rifiuti industriali tra i rifiuti urbani, viene legalizzato a norma di legge. Le stesse discariche diventano siti di interesse strategico nazionale, sorvegliate dall’esercito, in cui è impossibile verificare cosa entri davvero.

La raccolta differenziata non va incrementata, l’inceneritore di Acerra va a rilento, e i rifiuti continuano ad essere prodotti e da qualche parte vanno pure messi, ed ecco il Commissariato muoversi per sequestrare terreni e vecchie discariche ormai chiuse spesso perché messe sotto sequestro dalla magistratura, per “stoccare temporaneamente” rifiuti ed ecoballe.
Solo che poi, dicono i pm, dovevano averci preso gusto ed essersi accorti che il gioco conveniva. Ogni volta che strillavano all’emergenza arrivavano pronti nuovi fondi da Roma. E allora si sono verificati continui guasti negli impianti, problemi nella raccolta e difficoltà nell’individuazione dei siti, per aumentare a dismisura le spese. Un gioco che conveniva anche alla camorra, spesso proprietaria dei suoli, o che attraverso passaggi di mano riusciva ad entrare in possesso dei terreni e a farne lievitare il prezzo pochi giorni prima della vendita al commissariato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, o meglio di nessuno.

Scomparire
Perché, come abbiamo già detto, si è deciso di spostare tutto nelle campagne, fingendo che il problema sia risolto ed anzi continuando a sversare ed ammassare rifiuti in un territorio già gravemente colpito da anni di sversamenti dei rifiuti tossici provenienti dal Nord. Non si sa se la raccolta differenziata riuscirà finalmente, dopo 15 anni, a partire, o se verrà ancora ostacolata. Non si sa se il processo riuscirà a puntualizzare le responsabilità dei colpevoli, o se la verità storica verrà celata da una prescrizione o da una mezza sentenza.
Quello che si capisce, però, è che per il modo in cui tutto questo viene gestito più che far scomparire un problema, si rischia di far sparire un intero territorio e chi lo abita.

Jacorossi: un marchio, una garanzia
E così alla fine anche la Jacorossi si è beccata un bel rinvio a giudizio, insieme al solito governatore Antonio Bassolino, che a questo punto si candida di diritto ad essere il secondo uomo politico più perseguitato d’Italia dopo Papi Silvio, per quanto riguarda la sua, mancata, opera di bonifica.
Già perchè alla Jacorossi era stato affidato un compito importante dal commissario alle bonifiche ambientali, il sopracitato Bassolino, questo:
“L’Accordo di programma del 2 maggio 2006, sottoscritto dal Comune di Acerra, dalla
Regione Campania, dal Commissariato di Governo per le Emergenze rifiuti, bonifica e
tutela delle acque e dalla Società Jacorossi Imprese SpA: regola i rapporti fra il Comune ed il Commissariato di Governo, allo scopo di consentire l’esecuzione da parte della Jacorossi Imprese SpA – come disciplinato dalla Convenzione rep. n.12793 del 19 aprile 2002 siglata con il Commissariato – degli interventi di asporto e rimozione di rifiuti abbandonati ai sensi dell’art.14 del decreto legislativo 22/97 nel sito di interesse nazionale “Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano (Caserta-Napoli)”; definisce, a carico delle parti, gli oneri di copertura dei costi degli interventi di asporto, trasporto, smaltimento e/o recupero dei rifiuti;
stabilisce che i predetti interventi nel territorio di Acerra avranno inizio in località “Sorgenti
di Rullo”. tratto dal “Protocollo di intesa quadro per lo sviluppo sostenibile di Acerra” ottobre 2006.
Questo documento è particolarmente interessante perchè soltanto un mese dopo la Jacorossi avrebbe licenziato 373 lavoratori socialmente utili proprio perchè non effettuava le bonifiche che aveva da svolgere contrattualmente.
Eppure nessuno in Regione doveva aver preavvertito qualcosa, anche se da Roma un campanello d’allarme era risuonato forte e chiaro:
Atto Senato
Interrogazione a risposta scritta 4-00410
presentata da
GIOVANNI RUSSO SPENA
venerdì 28 luglio 2006 nella seduta n.028
RUSSO SPENA, SODANO, TECCE – Ai Ministri dell’interno, dell’ambiente e della tutela del territorio e del lavoro e della previdenza sociale – Premesso che:
in data 24 luglio 2006, con meno di 24 ore di preavviso, la società Iacorossi Imprese S.p.A., ha preannunciato l’avvio delle procedure di licenziamento per 380 lavoratori ex L.S.U. (lavoratori socialmente utili) della Regione Campania, assunti dalla stessa in forza di una Convenzione delle attività di bonifica e tutela ambientale, sottoscritta con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, il Commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti in Campania (oggi Commissariato di Governo per l’emergenza bonifiche e tutela delle acque della Regione Campania), gli Assessorati al lavoro ed all’ambiente della Regione Campania;
la Convenzione dava seguito all’Accordo programmatico sottoscritto il 22 maggio 2001 tra i medesimi soggetti che aveva quale obiettivo la predisposizione del progetto e la successiva esecuzione dei lavori per gli interventi di bonifica e ripristino ambientale del sito di interesse nazionale “Litorale dominio Flegreo e dell’Agro Aversano”, finalizzato all’assunzione con contratto a tempo indeterminato da parte della Jacorossi Imprese S.p.A. di 380 lavoratori socialmente utili;
alla Jacorossi Imprese S.p.A. sono state trasferite da parte del Commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti, poi per l’emergenza bonifiche e tutela delle acque, della Regione Campania risorse per oltre 65 milioni di euro;
le aree per le quali erano state previste le attività di bonifica sono da sempre epicentro di “ecotraffici” e caratterizzate dalle infiltrazioni di organizzazioni camorristiche in molti settori economici e, in particolare, in quelli collegati al ciclo dei rifiuti;
da verifiche effettuate dalla Provincia di Caserta e dalla Provincia di Napoli emergerebbero gravi irregolarità a carico della Jacorossi Imprese S.p.A. relative allo smaltimento dei rifiuti per diverse decine di migliaia di tonnellate,
si chiede di sapere di conoscere:
quale utilizzo sia stato fatto delle risorse trasferite alla società Jacorossi Imprese dal Commissariato di Governo per l’emergenza bonifiche e tutela delle acque della Regione Campania;
se la Jacorossi Imprese abbia rispettato la Convenzione sottoscritta con i soggetti istituzionali;
se esistano a carico della Jacorossi Imprese fondati sospetti, alla luce delle contestazioni effettuate dai tecnici delle Province di Caserta e di Napoli, per un illecito od improprio smaltimento dei rifiuti, e se siano state riscontrate alterazioni, manomissioni od irregolarità della documentazione relativa al trasporto e/o conferimento dei rifiuti;
quali aziende abbiano operato in subappalto per la Jacorossi Imprese, e se le stesse siano estranee a collegamenti e condizionamenti con le organizzazioni criminali operanti nell’area interessata dalle attività della Jacorossi Imprese;
quali siano state le iniziative poste in essere dai Prefetti di Napoli e Caserta per accertare eventuali interessi di aziende legate alla criminalità organizzata dell’Agro Aversano in relazione alla bonifica oggetto della predetta convenzione;
se l’avvio delle procedure di riduzione del personale annunciate dalla Jacorossi Imprese non costituisca una violazione della Convenzione e dell’Accordo programmatico, e se siano previste penali a carico della medesima società;
quali provvedimenti il Governo intenda adottare per garantire la bonifica ed il risanamento del sito di interesse nazionale “Litorale dominio Flegreo e dell’Agro Aversano” ed evitare che altre e consistenti risorse destinate alla bonifica del territorio vadano sprecate senza alcun giovamento per gli equilibri ambientali compromessi dalle ecomafie e senza avere nemmeno le sperate ricadute occupazionali, anche alla luce delle condizioni di precarietà e di disagio in cui sino ad oggi versavano i lavoratori della Jacorossi, che si sono oggi ulteriormente aggravate;
in che modo la Jacorossi Imprese abbia utilizzato i 380 lavoratori assunti in forza della Convenzione, e se risponda al vero che gli stessi sono stati “parcheggiati” in container allestiti all’interno di un cantiere edile abusivo posto sotto sequestro senza che fosse loro consentito di svolgere attività alcuna, mentre la Jacorossi stessa faceva ricorso all’utilizzo di ditte subappaltatrici;
quali provvedimenti il Governo intenda adottare, a fronte degli annunciati licenziamenti, per scongiurare le gravi conseguenze di una scelta che appare totalmente irresponsabile e che rischia di avere serie ripercussioni anche sul fronte dell’ordine pubblico”.
Prima di chiudere, per non farci mancare nulla, cito un breve passaggio di un pezzo di Repubblica del dicembre 2005, che spiega quale fosse la professionalità della Jacorossi, un marchio, una garanzia:
“Un futuro ce l’ hanno, i lavoratori della Jacorossi spa. Da lsu diventeranno degli esperti chef, alla Gianfranco Vissani. E non perché abbiano seguito corsi di formazione di “nouvelle cousine”. Conta l’ esperienza. E il tempo: di ore ne hanno a iosa, gli lsu, perché non lavorano. Anzi, non li fanno lavorare. E così uno dei cantieri (lido Pace di via Lenin, a Castelvolturno) sottoposto a “bonifica ambientale”, come recita l’ oneroso contratto firmato con la Regione Campania, è diventato una cucina sperimentale dove si mangia, si ride e si arriva a fine mese per portarsi a casa 900 euro. Gli lsu della Jacorossi spa non sono dei fannulloni: non lavorano perché l’ azienda non li ha attrezzati di mezzi e camion. La società per azioni, finanziata con 143 milioni di euro (denaro pubblico, s’ intende), ha affidato l’ appalto a una ditta privata di trasporti. E la bonifica ambientale, che intanto ha stabilizzato 350 lavoratori socialmente utili, va a passi di lumaca. A Caivano invece, in un altro sito di bonifica affidato alla Jacorossi, qualcosa si muove. Qualche tonnellata tra residui industriali e scarti di lavorazioni è stata raccolta, ma non si sa che fine abbia mai fatto. Anche qui i lavori sono andati in subappalto a terzi. Sul giallo, pare, indaga la magistratura.”
Intercettazioni 2: Bertolaso e il “mea culpa” su Macchia Soprana
Qualcuno ieri mi ha chiesto di spiegare un pò meglio le intercettazioni tra Bertolaso e la Di Gennaro. Ci torno su volentieri con un altro documento estremamente interessante.
Nelle prime intercettazioni infatti, si legge che a Bertolaso di “macchia soprana non me ne frega un cazzo” lui voleva Serre, perchè?
Perchè Serre era più grande certo, ma anche perchè la discarica di Macchia Soprana, sempre nel salernitano come la prima, era una vecchia discarica fatta chiudere in quanto non a norma e mai bonificata nonostante un decreto della Regione Campania del 2005.
Dunque Bertolaso era perfettamente a conoscenza della pericolosità di andare a sversare altri rifiuti in un sito che non ne poteva assolutamente contenere altri, che perdeva percolato, quel liquido nero altamente inquinante che deriva dalla compressione dei rifiuti, e rischiava di diventare una “bomba ecologica”.
Tanto che parlando con la Di gennaro gli chiede se hanno fatto le foto del percolato che finisce nel fiume Sele, perchè “voglio sputtanare i tecnici del ministero”. Quale ministero? Ma quello dell’ambiente ovvio dove all’epoca sedeva Alfonso Pecoraro Scanio.
Nome che torna nella lettera che il 24 giugno 2008, ovvero un anno dopo e con un nuovo Governo, Bertolaso scrive alla Prestigiacomo indicando il sito di Macchia Soprana come un luogo “pericoloso per la salute dei cittadini”, insomma un disastro ambientale in pratica.
La domanda è: se Bertolaso sapeva che quella discarica non era in alcun modo sfruttabile ed anzi avrebbe aggravato la situazione ambientale del luogo perchè non ha mai denunciato prima e pubblicamente la cosa? Perchè solo un anno dopo si è sentito in dovere di scrivere al Ministro Prestigiacomo? Perchè quando Pecoraro Scanio si mise di traverso su Serre non si oppose con maggiore forza?
Ecco il testo completo della lettera: clicca qui


