Kirghizistan: un fallimento americano?

giugno 22, 2010 § Lascia un commento

E’ uno dei tanti “staterelli” nati dalla frantumazione del colosso sovietico. Nelle ultime settimane giornali e televisioni ne hanno parlato a causa dei violenti scontri, si parla di oltre 400 morti, migliaia di feriti ma sopratutto 100mila profughi, che continuano a protrarsi nella piccola “repubblica”, le virgolette sono d’obbligo, del Centro Asia.

L’accento è stato posto immediatamente sulla componente etnica: il 65% della popolazione è kirghiso mentre il 22% è uzbeko, Paese che confina con il Kirghizistan, e se in effetti le violenze hanno man mano assunto questo aspetto, i profughi infatti appartengono per la maggior parte alla minoranza uzbeka, solo alcuni analisti hanno sottolineato come gli scontri di questi ultimi due mesi, comninciati ad aprile proprio dopo la cacciata dell’ex presidente Kurmanbek  Bakyev, siano il frutto “avvelenato” della politica Usa nella Regione.

Sono stati infatti gli Stati Uniti ad appoggiare l’ex presidente, e il suo clan, dopo la rivoluzione dei “tulipani”, una delle tante “colorate” insurrezioni che coinvolsero nel 2005 tutta l’ex area sovietica, in Ucraina ad esempio ci fu quella “arancione”, sponsor di questa “ondata” di democrazia ovviamente l’esportatore principe del prodotto: il governo americano. Tanto è vero che poco dopo la salita al potere di personaggi come Bakyev, preceduto da Akayev, si è proceduto all’allargamento della base americana di Manas che è strategicamente fondamentale per gli Usa, l’Afghanistan è lì a due passi.

Non solo ma tutte le ex repubbliche sovietiche, a cominciare dal Kazakhistan dove pare che le riserve di gas naturale siano quanto meno “appetitose”, sono diventate negli anni una vera e propria “scacchiera” geopolitica dove si giocano tante partite: quelle dei gasdotti prima di tutte, quella geopolitica, quella zona è uno snodo tra Cina, India e Iran, e quella “criminale”, anche dal Kirghizistan passa oppio ed eroina destinata ai mercati russi.

Insomma quella che può sembrare un’affare “interno” alla “repubblica” asiatica è invece lo specchio di una partita geopolitica rilevante che vede coinvolte le potenze “energetiche” mondiali. Ma è anche l’ennesima dimostrazione che la democrazia non è “esportabile”, almeno non nei termini statunitensi, infatti i due presidenti che si sono succeduti al “comando” non si sono certo distinti per democraticità, tanto da scatenare malcontento e rivolte continue fino alla cacciata di Bakyev ad Aprile, ed anzi il Kirghizistan è stato governato in un modo che ricorda molto, troppo?, da vicino l’Afghanistan di Karzai. Come andrà a finire?

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