L’età di mezzo

settembre 4, 2010 § Lascia un commento

Post assolutamente pretenzioso e a rischio di critiche feroci e giustificate se arriveranno, nel senso che magari non lo legge nessuno e amen. Da diversi giorni seguo questo dibattito che si è sviluppato sulle pagine di Repubblica, e ora prosegue su Wired, in particolare tra Alessandro Baricco ed Eugenio Scalfari. Riguardo alla modernità intesa come precisa epoca storica e non come aggettivo o sinonimo di contemporaneità, anzi nell’accezione del fondatore del quotidiano è proprio tutt’altro.

A dire la verità Scalfari aveva già introdotto il tema da Fabio Fazio presentando il suo ultimo libro “Per l’alto mare aperto”. Un compendio di tutto ciò che possa rientrare nella definizione di modernità intesa come quel periodo, durato quasi 500 anni, che parte dopo, o meglio in qualche suo punto, il secolo delle guerre di religione, che però fu per l’appunto anche il secolo del Rinascimento, e si conclude, più o meno, dopo la seconda guerra mondiale che ne rappresenterebbe il suo granguignolesco finale.

Dunque Scalfari dice: La modernità ha connotato un periodo storico, dentro ci si possono trovare le idee degli illuministi, come quelle della restaurazione, il concetto di Stato di diritto, il passaggio occidentale alle democrazie parlamentari e, ovviamente, tutta l’arte e la letteratura degli ultimi quattro secoli, dunque il romanzo come il dadaismo, il futurismo e la scuola Bauhaus, ma ora tutto questo è finito. Compito degli ultimi “moderni” è capire esattamente questo e prepararsi a svolgere un ruolo di “conservazione” come quello che, deduco, svolsero i monaci e gli ordini ecclesiastici durante il medioevo, tramandando la cultura classica.

Scalfari parla di “Barbari” che si preparano ad arrivare in questo mondo contemporaneo come di persone che parlano un’altra lingua, hanno altri costumi, un’altra cultura e rifiutano ciò che c’era prima. Sono “nuovi” e questa novità e ancora di là da venire. Ora se pure apparentemente non c’è un giudizio di merito si comprende bene che Scalfari parla della modernità con una certa nostalgia ed è se non spaventato quantomeno “distante” moralmente ed eticamente da questi barbari, il che si comprende bene quando dice “noi abbiamo contestato i valori dei nostri padri ma non li abbiamo mai ignorati, rifiutati, come vedo oggi”. Qui affermando una contraddizione, secondo me, ovvero: se i barbari ancora non sono arrivati, allora chi sono questi che “rifiutano” i valori della sua generazione?

Alessandro Baricco ha invece scritto una serie di riflessioni, che quattro anni fa diventarono un libro , sullo stesso argomento, ma lo scrittore guarda a questa “barbarie” con interesse, affascinato dai suoi nuovi “valori” o meglio “standard”: superficialità, ecco la parola chiave. Ma questa non va intesa come comunemente la intendiamo bensì come un modo di essere, velocità nel pensiero e nella scrittura, rapidità ed esattezza nel comunicare, nuovi linguaggi adatti ad una “ipervelocità” . Forse si potrebbe dire che in un certo senso, almeno architettonicamente, questa barbarie è già qui: i nonluoghi, aeroporti, autostrade, metropolitane, sono già sintomo di una società che ha reso “contemporaneo” il paesaggio fisico infondendovi la velocità ma anche l’omologazione delle sue strutture, come se il pianeta stesso fosse solo un posto di “passaggio” e non un qualcosa dove ci si possa fermare, costruire, mettere radici.

Scalfari risponde a Baricco che però la contrapposizione “superficialità/profondità” per distinguere ciò che è stato da ciò che verrà rischia di essere “disorientante” nel senso che non è affatto detto che i barbari non trovino alla fine una profondità dentro i loro nuovi valori. E questo è comprensibile: se ammettiamo che ciò che sta arrivando è “nuovo” per ciò stesso non ha avuto ancora il modo di “approfondirsi” perchè sta ancora nascendo.

In ogni caso queste riflessioni mi hanno fatto venire in mente, poichè trovo che dicano la stessa cosa, gli scritti di Bauman sulla società liquida. In effetti la metafora è perfetta: se la modernità, intesa come epoca, poteva dirsi solida, dove le sue fondamenta sono le ideologie, questa attuale è sempre più liquida, sfuggente e post-ideologica (terribile termine caro a tanti “contemporanei”). Dunque secondo Bauman: “L’esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul “non poter comprare l’essenziale”, ma del “non poter comprare per sentirsi parte della modernità”. Secondo Bauman il “povero”, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi “come gli altri”, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore.”

Sono d’accordo con quanto da lui affermato ma forse mi sento di aggiungere che Bauman fissa i paletti “negativi” della nuova epoca nella quale viviamo, ne mette in evidenza i suoi possibili aspetti patologici, oppure rileva che quest’epoca non è ancora quella della “barbarie”. Il filosofo polacco cioè rileva lo “sgretolamento” dell’attuale società verso qualcosa che però non è ancora qui. Ma questo mi sembra inevitabile: se deve nascere qualcosa di nuovo prima deve essere “spazzato” via quel che c’era prima. E tutto questo non può che essere in un certo senso “traumatico” e confuso. Il passaggio avviene gradualmente, come nota lo stesso Scalfari, un cambiamento così “epocale”, nel vero senso di questa parola, non può avvenire dall’oggi al domani, non è stato così nemmeno nel passato, quando poi gli storici assegnano un punto preciso lo fanno per convenzione e per comodità. Ma tutte le culture, tutte le società prima di “lasciare la mano”, hanno impiegato decine di anni, se non un paio di secoli. E di certo è vero che siamo adesso in un momento caratterizzato dalla “velocità” ma certo non si può ritenere che in appena 20 anni, dalla caduta del muro (ecco un punto preciso che si può definire convenzionale) ad oggi questo passaggio sia già completato.

Di certo vi è che anche nel linguaggio il cambiamento è sempre più evidente, d’altronde come Carroll fa dire ad Humpty Dumpty “quando uso una parola gli dò il senso di ciò che esattamente voglio che significhi”, questo perchè il linguaggio stesso non è altro che una convenzione e dunque se la modernità è stata caratterizzata da valori, parole, significati e idee, quella successiva ne avrà altri, o forse in parte anche gli stessi. Come il personaggio del romanzo forse noi oggi siamo l’uovo/uomo che è caduto dal muro ed è andato in mille pezzi: chissà che cosa ne uscirà fuori.

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