Rifiuti: Dalla Pixar a Terzigno

ottobre 31, 2010 § Lascia un commento

Questa mattina rivedevo le immagini del corteo di ieri, con i manifestanti che dichiaravano che non si trattava di una festa, ed erano consapevoli che quella che stanno conducendo anche contro lo Stato è una battaglia di civiltà.

Poi su Rainews24 passavano il reportage di Manuela Lasagna sul “Vesuvio dei Veleni”. La giornalista analizzava il problema della conseguenza dello sversamento dei rifiuti: l’aumento delle patologie tumorali e delle malformazioni nei nascituri.

Ora se è vero che secondo un criterio strettamente scientifico questa correlazione non è completamente dimostrata, gli allarmi lanciati da numerosi medici, fra i quali quelli dell’Istituto nazionale dei tumori del Pascale, che fin dal 1998 avevano osservato il fenomeno crescere, dovrebbe indurre un qualunque Governo democratico quantomeno ad un “forte” ripensamento. Invece la battuta di Bertolaso, “un’eruzione del Vesuvio? non sarebbe una tragedia”, mi fa pensare che questo Governo vorrebbe vedere il problema “seppellito” una volta per tutte. E non mi si dica che era solo una battuta scherzosa, visto che la comunicazione istituzionale di questo esecutivo viene affidata, lo stile del Premier è noto, proprio a queste “simpatiche” provocazioni.

Infine, mentre guardavo le immagini delle campagne del Vesuvio devastate dai rifiuti, mi è venuto in mente il bellissimo film della Pixar: Wall-e. Un lungometraggio di “fantascienza” ambientato in un futuro nel quale gli esseri umani hanno abbandonato la terra ormai invasa dai rifiuti e vivono nello spazio. Ecco forse “Percolaso” farebbe bene a vederselo quel film prima di fare altre “simpatiche” battute. I cittadini di Terzigno invece non hanno bisogno di guardarlo:  lo sanno benissimo che stanno lottando per il futuro dei loro figli.

Rifiuti: Promesse da riciclare

ottobre 28, 2010 § 3 commenti

Mi verrebbe da dire: da mettere in discarica. Ma si tratta di un argomento delicato. Purtroppo però bisogna riconoscere che le dichiarazioni di Berlu&Berto sono rifiuti tossici pericolosi e come tali non riciclabili, si rassegnino gli amici del Co.Re.Ri.

E così dopo averle sparate grosse proprio davanti all’inceneritore di Acerra, all’inizio della scorsa legislatura, il duo più “inquinante” d’Italia è tornato sul luogo del misfatto. Per annunciare forse che l’Impregilo dovrà a sue spese smantellare un impianto che non funziona?

Assolutamente no. Allora forse per dire che in effetti senza un ciclo dei rifiuti che preveda al primo posto la differenziata, non si va da nessuna parte? Nemmeno. Tutto quello che la coppia di impuniti è riuscita a dire è: ci vogliono altri inceneritori.

Ebbene si, come in Apocalipse now c’era chi amava l’odore del napalm alla mattina, qui abbiamo illustri, si fa per dire, personaggi che invece devono andare in delirio per l’odore del Pm10. Non certo i cittadini di Acerra, nè degli altri comuni campani.

In particolare a quelli di Santa Maria la Fossa, dove si dovrebbe fare un inceneritore, almeno così ho sentito al Tg2. Al che un ricordo mi è sovvenuto: Santa Maria la Fossa? Ma dove l’ho già sentito?

Ma certo, ne parlava Gaetano Vassallo che raccontava nelle sue confessioni di imprenditore “avvelenatore pentito”, come di un progetto importante per i casalesi. Anzi era proprio “l’inceneritore dei casalesi”. E ora mi chiedo: si farà? E se si farà, chi supervisionerà il progetto? Non so perchè ma mi viene in mente un tale Cosentino…

Rifiuti: ma non c’è solo Terzigno

ottobre 24, 2010 § Lascia un commento

Scrivo questo post dopo aver passato una nottata con alcuni membri del Co.Re.Ri, il coordinamento che si occupa della questione rifiuti in Campania, dopo lunghe ore di conversazione con persone dalla grandissima passione “civile” che combattono ogni giorno per uscire dal “pantano” nel quale cattiva politica e interessi di grandi aziende, e tra queste cito l’Impregilo come la “premiata ditta camorra”, che mi ha fatto venire in mente questa riflessione.

In questi giorni gli occhi di tutta Italia sono puntati su Terzigno, se ne parla come se fosse un caso “eccezionale”, un intreccio “oscuro” che ha prodotto qualcosa di “mostruoso” e incomprensibile. Ma non è affatto così. Dice bene Nicola Capone nel bel servizio di Giovanni de Faveri, quando parla di una lotta per ristabilire lo Stato di diritto contro chi vuole una “emergenza permanente”, contro chi intende fare di una situazione illegale ed anomala, la normalità.

Quello che vorrei aggiungere, ma su questo argomento tornerò, spero anche con il contributo dell’amico e collega Alessandro Gigante, che se Terzigno è il “laboratorio politico” nel quale si sta sperimentando un nuovo modo di intendere il governo della cosa pubblica, un metodo chiaramente antidemocratico, a partire dalla questione rifiuti, la cosa non riguarda certo solo gli abitanti del vesuviano, o quelli della Campania.

Il Paese intero è “attraversato” dal problema dei rifiuti pericolosi e tossici, dalla mancanza di un ciclo dei rifiuti efficiente, e da quello delle bonifiche ambientali che non si fanno.

Basti pensare alla situazione della Lombardia, e cito su tutti il caso di Giuseppe Grossi, il “re delle bonifiche”, e al caso di Pioltello, citato anche nella prima puntata di Report, anche lì ci troviamo di fronte a siti fortemente inquinati e che andavano bonificati, ma sono ancora lì, con tutto il loro carico di “tossicità”.

Oppure al caso veneto, da me in parte raccontato, di San Pietro di Rosà, le famose “margherite deformi“, o del piazzale della Nuova Esa a Marcon, vicino Venezia, dove si trovano ancora migliaia di tonnellate di rifiuti tossici, abbandonate lì in parte e in parte “disseminate” proprio in Campania.

O ancora all’inchiesta che vede coinvolta una delle aziende del gruppo Marcegaglia: anche lì si parla di un “business” dei rifiuti tossici.

Scrivo questo, e tanto, tantissimo ancora si potrebbe scrivere e si scriverà, per far capire a chi ritiene che il caso Terzigno sia figlio di una situazione “eccezionale” che invece questa è la normalità. In Campania ha preso una piega “sensazionalistica” anche per motivi politici, basti pensare ai soldi stanziati per la gestione commissariale, e aziendali, vedasi alla voce “inceneritore di Acerra”, ma non significa che questo non sia un problema italiano.

Certo è facile parlare alla “pancia”, come fa Bossi quando invita all’uso della forza o il Governatore veneto Zaia quando afferma che i rifiuti campani “no pasaran”, ma così si finisce per perdere di vista la complessità e sopratutto l’ampiezza della questione. Perchè Terzigno si trova in Italia e non in qualche lontano Paese dell’Asia.

Rifiuti: Terzigno e le webcam

ottobre 21, 2010 § Lascia un commento

Si potrebbe dire che siamo di fronte ad un curioso caso di specchi deformanti. L’emergenza rifiuti genera immagini discordanti, nelle quali si fa fatica, se non si è direttamente coinvolti, a riconoscere la realtà.

A leggere la stampa “mainstream” infatti, sembra che sia in corso una vera e propria guerra dove orde di manifestanti “inferociti” passano il tempo ad incendiare mezzi della nettezza urbana e a tirare molotov sulla polizia. Facinorosi che passano le loro giornate immersi in un clima di violenza nel quale vogliono trascinare forze dell’ordine e amministrazione dello Stato.

Ma a guardare un pò meglio si incomincia a capire che fra le righe i motivi per i quali questi “facinorosi” si ribellano sono ben evidenti. Solo oggi sono state scaricate 900 tonnellate di rifiuti e presto in un Parco Nazionale, quello del Vesuvio, sarà aperta una delle discariche più grandi del Paese.

Ma questo, direte voi, basta a giustificare una reazione tanto clamorosa? Non sarà eccessivo quello che sta accadendo a Terzigno? Io credo proprio di no. Basti pensare che la Campania, e la gestione commissariale, sono stati condannati dalla Ue per quel che riguarda il ciclo dei rifiuti. Gli europarlamentari si sono meravigliati dell’arroganza con la quale si è proceduto, ignorando qualunque raccomandazione: niente differenziata, niente impianti a norma, solo discariche e inceneritori che non funzionano.

Perchè il problema è ciò che accade “fuori” dal campo visivo dei media. Non si vedono, se non molto raramente e grazie a giornalisti indipendenti, le montagne di rifiuti e di ecoballe subito fuori Napoli, non si vedono i veleni che uccidono la nostra terra, e non si vede come funziona l’inceneritore.

Come mi ha segnalato l’amico e collega Alessandro Gigante, che sul suo blog ha scritto un post, le webcam che dovrebbero permettere ai cittadini di “sorvegliare” il gigante dei rifiuti, praticamente sono inutilizzabili e il sito governativo non viene aggiornato dal 31 dicembre 2009, data della chiusura ufficiale dell’emergenza.

Quindi per il Governo questa emergenza non esiste, non la vede, è invisibile. Ma gli abitanti di Terzigno invece, loro si, ci vedono benissimo.

Rifiuti: Finanza creativa

ottobre 20, 2010 § Lascia un commento

Tutti stanno assistendo all’indegno spettacolo di Terzigno, che non è certo quello di chi legittimamente manifesta contro l’avvelenamento della propria terra, ma è rappresentato da uno Stato che decide deliberatamente di “uccidere” i propri cittadini.

Molti sanno che le discariche attuali stanno andando verso la saturazione e a meno che non parta la differenziata, per favore non ridete, o si tiri su un altro “mostro” come quello acerrano, leggasi Napoli Est, non resta altro che aprire altre discariche in barba a quanto ci raccomanda l’Unione Europea.

Quello che dice Bruxelles invece, dovrebbe essere seguito alla lettera dai nostri governanti, non fosse altro che per i 500 milioni di euro che dovrebbero venire proprio da lì e che potrebbero costituire la “base” su cui far ripartire il ciclo dei rifiuti.

Ma molti hanno il “legittimo sospetto” che invece i soldi potrebbero servire a finanziare da un lato l’inceneritore di Napoli est, e dall’altro ad “acquistare” quello di Acerra, che costa la bellezza di 320 milioni di euro.

Non solo, ma l’impianto dell’Impregilo è costato anche 50 milioni di euro in manutenzione finora. E considerato che hanno funzionato a singhiozzo solo 2 linee su 3, è facile prevedere che l’inceneritore uscirà presto di scena, non prima però di esserci complessivamente costato un mezzo miliardo di euro.

Vabbè, direte voi, giusto ma ricorda che paghiamo anche la Tarsu più alta d’Italia, ce l’hanno appena aumentata del 60%. Infatti quella della tassa sui rifiuti dovrebbe rappresentare una delle risorse principali. Peccato che sia illegittima, o meglio la Tarsu è una tassa che non dovrebbe più esistere. Infatti grazie ad una legislazione confusa, fatta di deroghe del Decreto Ronchi, proroghe, postille in finanziaria e decretazione d’urgenza ci ritroviamo nella seguente situazione: Il decreto Ronchi impose che la Tarsu doveva essere sostituita dalla Tia, tassa ambientale, che doveva finanziarie la pianificazione del ciclo dei rifiuti. Il passaggio doveva avvenire nel 2006. Ma in mancanza di decreti attuativi si è preferito prorogare la tarsu per altri tre anni, nel frattempo alcuni Comuni italiani incominciarono ugualmente ad introdurre la Tia. In ogni caso nelle diverse finanziarie si finì per precisare che la Tarsu non poteva sopravvivere alla data del 1 gennaio 2010.

Tranne che in Campania, perchè la situazione emergenziale permetteva una deroga. Giusto ma nel momento in cui è intervenuto il decreto che chiude l’emergenza, anche la disposizione sulla Tarsu viene meno. Dunque la tassa non dovrebbe esistere più. Non solo ma l’aumento del 60% è illegittimo, di nuovo, perchè “non motivato”, come prevede la legge. E ora partiranno migliaia di ricorsi che “bloccheranno” le casse, già vuote, degli Enti pubblici che dovevano finanziarie i servizi di raccolta e lavorazione dei rifiuti.

Domanda: e ora dove prenderanno i soldi? Fossi in voi chiederei al “genio” Tremonti, lui con la finanza creativa ci sa davvero fare.

Economia: I criceti di Schumpeter

ottobre 16, 2010 § 1 Commento

Due date lontane il 1873 e il 2010, eppure molto vicine. Allora non c’era la televisione, niente internet, voli di linea o esplorazioni dello spazio. C’era ancora l’impero ottomano, la Prussia e gli Stati Europei avevano imperi coloniali. Gli Stati Uniti erano all’inizio della loro “ascesa” mondiale.

Cosa mai può avere in comune con il 2010 quella data? Facile: la crisi economica. Se ci si va a rileggere i resoconti di quegli anni ci si renderà conto delle incredibili analogie che accomunano le due crisi, infatti: ” la crisi del 1873 originò dai problemi del settore immobiliare in Europa centrale e in Francia e si trasferì poi rapidamente al settore finanziario, propagandosi alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti con un crollo generalizzato delle borse. Osserva Nelson che intorno al 1870 negli stati dell’Europa continentale prese avvio un boom incontrollato del settore delle costruzioni municipali e residenziali, specialmente nelle capitali di Vienna, Parigi e Berlino, favorito anche da una eccessiva fioritura di istituzioni finanziarie specializzate nell’erogazione di mutui immobiliari concessi con sempre maggiore facilità e senza adeguate garanzie“.

Vi ricorda qualcosa? La dinamica della crisi che nel 2008 ha assunto le dimensioni di un’onda globale ha avuto uno sviluppo molto simile. Anche qui il credito facile, la leva finanziaria sui mutui concessi a chiunque, la creazione di “strumenti” finanziari sempre più complessi volti ad aumentare ulteriormente il “valore” dei titoli sottostanti, hanno creato un gigante dai piedi d’argilla che poi è inevitabilmente caduto, schiantandosi sui livelli occupazionali, sul Welfare, sui debiti pubblici degli Stati che hanno dovuto soccorrere quelle banche “too big to fail”, riducendo la possibilità di investimenti nella ricerca e nello sviluppo.

E dopo, cosa è accaduto dopo? Da più parti viene sottolineato che la lunghissima crisi del 1873 fece “spostare” il baricentro politico ed economico mondiale a favore degli Stati Uniti, vera e propria potenza emergente, e quindi è lecito oggi pensare che questo ruolo possa spettare alla Cina o forse ai Paesi del cosidetto “Bric”, ma dopo il 1873 è accaduta anche un’altra cosa. Anzi due.

La prima: il colonialismo comincia a trasformarsi in “imperialismo“, emergono nuovi modi di “concepire” la politica e la società. Non c’è più solo il socialismo e le idee di Marx, ma si affaccia sulla scena mondiale il “nazionalismo”.  E dopo circa 20 anni l’Europa e non solo, precipiteranno nel primo dei due devastanti conflitti che hanno insanguinato il 900.

La seconda: la crisi permise ad alcune banche e ad alcuni ricchissimi finanzieri, come Rockfeller, di dare il via a quelle operazioni di M&A, fusioni e acquisizioni, che caratterizzeranno il capitalismo anche nel secolo successivo. Società sempre più grandi, multinazionali, operazioni finanziarie da capogiro, una ricchezza immensa concentrata in poche mani. E non mi sembra che oggi sia molto diverso, anzi a fronte di quel 2% della popolazione mondiale possiede ben il 50% di tutte le ricchezze private disponibili, c’è il 50% (parliamo di più di tre miliardi di persone) ne ha solo l’1%.

Possibile che le crisi del passato non abbiano insegnato niente? Forse hanno insegnato anche troppo ad una certa classe imprenditoriale e finanziaria, “razza padrona” si sarebbe detto un tempo, e non c’è modo di uscire da questo “ciclo”?

Due economisti, Schumpeter e Kondratieff, sostengono di no: l’economia è ciclica ed è attraversata da “onde”, da cui il termine usato sopra, che si compongono di quattro periodi: crescita, recessione primaria, stabilità, depressione.

La prima è caratterizzata da una “spinta” economica forte, più lavoro, più denaro, più sviluppo. Poi c’è una fase in cui il benessere aumenta e l’eccessiva produzione di beni porta ad una “erosione” della ricchezza. Ma la situazione tende poi a stabilizzarsi, anche se Kondratieff sosteva che proprio qui si verifica la fase più pericolosa: una sorta di insana “euforia” che crea delle bolle destinate a scoppiare a cui segue un periodo depressivo, caratterizzato da chiusura sociale, regressione e che può sfociare in conflitti armati.

Ma non è un problema, tanto ci sarà sempre chi attende di raccogliere i “cocci” e portarseli a casa mentre noi si continua a girare come i criceti nella grande ruota dell’economia.

Politica e giovani: “No way home”

ottobre 13, 2010 § Lascia un commento

Sembra quasi il titolo di una di quelle canzoni country, tanto tristi, che raccontano malinconicamente il distacco, la lontananza, e forse è così. L’analisi che il Time dedica al fenomeno dell’emigrazione dei migliori “cervelli” italiani è impietosa. Ragazzi e ragazze che appena, o quasi, sbarcati all’estero, fanno carriera, si stabiliscono e possono dimostrare, finalmente, quanto valgono.

E mentre architetti 31enni vincono appalti da milioni di euro in Cina, qui cosa succede? Nulla secondo il prestigioso settimanale, assolutamente nulla. Definisce le soluzioni proposte “old for old boys”, un Paese improntato sulla “gerontocrazia”, l’immobilismo e gli affari personali di pochi, di cui il nostro Premier è l’esempio più lampante.

Purtroppo se anche i media, tutti dal più grande al più piccolo come questo blog, ne parlano e cercano di confrontarsi con il problema, drammatico, questo non sembra per nulla attirare l’attenzione dei nostri politici impegnati a studiare una nuova legge elettorale oppure lo scudo “ad personam” per l’ultrasettantenne primo ministro.

E allora ecco diventare palese il senso di quella “no way home”, non c’è modo di tornare a casa, non c’è modo di realizzarsi in Italia. L’Italia che smantella la scuola pubblica e l’Università, che non investe in ricerca, che ha una disoccupazione giovanile altissima, nelle Regioni del Sud poi sono quasi più i ragazzi disoccupati che quelli attivi.

Possibile che non ci sia speranza? Che non si trovi un modo per farcela? Bhè a meno che non si voglia seguire il “metodo Sica” pare di no. Il consigliere regionale campano considerato un “enfant prodige” della politica: Sindaco a 28 anni, assessore regionale 10 anni dopo, peccato che sia coinvolto nell’affare della P3 e abbia tentato di fare “fuori” il suo Governatore con un bel dossier alla Boffo.

Quindi non è difficile capire che chi ha studiato una vita e ha conseguito titoli e riconoscimenti, forse si aspetta qualcosa di più del fango e del precariato. Del malaffare e dell’elemosina pubblica, e allora, come titola il Time, “arrivederci Italia”.

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