Ambiente: la “green economy” all’italiana

febbraio 27, 2011 § Lascia un commento

Carbon management. Espressione che indica l’atteggiamento delle aziende verso le politiche ambientali. Scelte che mirino a ridurre le emissioni inquinanti e che portino a coniugare il fare business con l’ecologia.

Un obiettivo lontano? Assolutamente no, almeno secondo il “Carbon Disclosure Project“, una Ong che rappresenta 500 investitori istituzionali di livello internazionale e che da diversi anni effettua “rilevazioni” sul management delle maggiori società globali. Da qualche anno è nata anche una “filiale” italiana che si occupa di stilare un rapporto sulle 60 più grandi aziende del Belpaese.

Ebbene la buona notizia è che ormai il 57% delle società italiane ha iniziato a considerare gli obiettivi della “green economy” come realistici, perseguibili ed auspicabili. Attraverso incentivi ai propri manager o con premi sul budget per “stimolare” una ripresa economica sempre più improntata alla sostenibilità.

Non solo ma secondo Diana Guzman, responsabile per l’Europa del Sud della Carbon Disclosure Project, circa l’80% delle aziende prese in considerazione ha deciso di affidarsi a valutazioni “esterne” sulla bontà delle proprie politiche verdi. Segno di una certa “maturità” raggiunta dai dirigenti italiani. Interessante notare che nella “classifica” stilata da Cdp, vi rientrano aziende molto diverse, come Terna o Monte dei Paschi di Siena, non accomunate dal fatto di operare in uno stesso settore.

Questo perchè ancora manca una legislazione di livello internazionale, Kyoto aspetta di essere ratificato da anni, anche se ormai sempre più aziende hanno deciso di “portarsi avanti”, senza attendere le decisioni vincolanti dei Governi. Infine l’Ong ha annunciato che le imprese, esaminate durante il 2010, state chiamate a rispondere ai criteri di un nuovo indicatore di performance il Carbon Performance Leadership Index (CPLI), in grado di valutare le aziende che stanno adottando le migliori strategie e stanno raggiungendo i migliori risultati.

Cinema: Censura Made in Italy

febbraio 25, 2011 § 1 Commento

Certo non siamo dalle parti di Pasolini con il suo “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Censurato per anni, un vero e proprio film tabù. Ma, si dirà, era trent’anni e passa fa, erano altri tempi. Allora pare che questi tempi stiano tornando. Se ne accorsero già l’anno scorso gli attoniti telespettatori che volevano vedere “Brokeback Mountain“: il film venne “tagliato” nelle parti in cui i due protagonisti si scambiano effusioni di stampo gay.

Ora ci risiamo: il primo aprile esce “Kick Ass”, pellicola americana tratta da un fumetto della Marvel. Supereroi senza superpoteri, tanto sangue, alla Kill Bill per intenderci, da sfiorare il grottesco e dialoghi infarciti di parolacce. Può piacere oppure no, ma non è questo il punto. Il film negli States è stato vietato ai minori di 14 anni, e la stessa Marvel ha preferito pubblicarlo con la Icon, l’etichetta “per adulti” della casa editrice. Bastava prendere questo accorgimento, invece in Italia si è preferito “stravolgere” i dialoghi, e non si sa se ci saranno scene tagliate.

Basta confrontare i due trailer: quello americano, con i sottotitoli, e quello italiano. Certe “storpiature” sfiorano il ridicolo, come quando la protagonista dice in inglese “potrai trovarci seguendo il segnale a forma di cazzo gigante”, con evidente ironia su Batman, mentre in italiano diventa “seguendo il segnale a forma di cactus”.

Questa furia “puritana”, sembra però, abbattersi solo su alcune pellicole. Tutti infatti ricordano la miriade di parolacce presenti nei “cinepanettoni”; lo stesso Brizzi che era aiuto regista durante le riprese di Natale sul Nilo, ha ricordato in una intervista che avevano contato 100 parolacce in 100 minuti. I produttori americani prendano nota: la prossima volta che girano un film pieno di scurrilità, inseriscano nel cast anche un Boldi o un De Sica, così, tanto per non correre il rischio di vedersi “censurati”.

Napoli: Al voto! Al voto?

febbraio 22, 2011 § 1 Commento

Quando scrivo queste righe è il 22 febbraio. Mancano circa 80 giorni alle elezioni comunali che vedranno un nuovo sindaco sulla poltrona di Palazzo San Giacomo. Mi è capitato di rivedere, un articolo che avevo scritto un mese e mezzo fa. In quel pezzo sostenevo che la città si mostrava molto poco interessata al “cicalio” della classe politica partenopea che era alla disperata ricerca di un candidato.

Da allora sono cambiate diverse cose. Mentre mancano ancora dei candidati “ufficiali”, se si esclude l’intramontabile peones Clemente Mastella, alle elezioni che si fanno sempre più vicine. Facile immaginare a questo punto una campagna elettorale, breve, convulsa e poco entusiasmante, se si eccettuano le “quotazioni” al mercato dei voti.

Eppure, viene da pensare, in questo mese e mezzo ci sono state le primarie del Pd. Un pasticcio colossale che non solo ha screditato, come se ce ne fosse bisogno, ulteriormente il “vecchio” centro sinistra partenopeo. Ma che non ha nemmeno prodotto un risultato: grande è la confusione sotto il cielo dei “democratici” e mentre De Magistris tenta di scuotere l’ambiente, “minacciando” di candidarsi, ma sembra il pierino della fiaba: grida, grida, ma nessuno gli crede. Dunque nel Pd è il caos, gli alleati di centro sinistra potrebbero ma non vogliono, e via così.

Certo è anche vero che a nessuno piace gareggiare partendo con un giro e passa di svantaggio. Quindi viene da pensare che nel campo del centro destra sia tutto definito. Dopo le primarie del Pd, dovrebbe essere una passeggiata. Dovrebbe, appunto, ma evidentemente non lo è. Periodicamente Mara Carfagna, il ministro per le pari opportunità, viene chiamato in causa. Ma anche lei ci tiene assolutamente a precisare che non concorrerà per la poltrona.

I nomi del centro destra, che intanto lavora a “smantellare” gli avamposti culturali e sociali della precedente “gestione”, sembrano tanti “specchietti” per le allodole: con l’eterno Martusciello, l’altrettanto eterno Taglialatela (due che aspettano da una vita, l’occasione della vita) e l’ex commissario dell’agcom Calabrò, il classico “nome forte”.

Ora ci si mette anche il terzo polo, ma anche lì è tutto un distinguo. Insomma pare quasi che la poltrona di Sindaco della terza città d’Italia faccia un pò schifo a tutti, vedasi anche Raffaele Cantone o Roberto Saviano, il che è anche comprensibile.

Ultima tra tutte le provincie per qualità della vita, disoccupazione giovanile alle stelle, criminalità organizzata, munnezza, inceneritori e veleni, turismo in calo e viabilità impossibile. Dite la verità, voi lo fareste il Sindaco di una città così?

Rifiuti: Và dove ti porta il fiume

febbraio 17, 2011 § Lascia un commento

Qualche giorno fa mi è caduto l’occhio su di un libro di Beppe Grillo, “Riprendiamoci il futuro”, sottotitolo: “perchè nel Tamigi ci nuotano i delfini e nel Lambro si muore”. Il Fiume Lambro, teatro un anno fa, di uno dei peggiori “disastri” ambientali del Nord Italia, o anche dell’intera Penisola.

Un impianto industriale alla fine della sua “vita” operativa. Una raffineria di cui ci si deve liberare, il nuovo avanza, “Ecocity Brianza“, per ironia della sorte, area edificabile lungo il corso del fiume. Una sorta di Milano 4 con i pensionati immaginati a lanciare esche nel fiume. C’è un problema però, la raffineria è ancora piena di gasolio, di residui e di rifiuti derivati dalla lavorazione degli idrocarburi.

Cosa fare? Semplice, svuotare e “lavare” i serbatoi nel fiume. Esatto: 10 milioni di litri di petrolio e suoi derivati gettati, come fosse acqua sporca, dentro il corso d’acqua. Un disastro: l’ecosistema completamente rovinato, e non è finita.

Poco dopo il Governo italiano ha fatto approvare, con una sospetta “solerzia”, una modifica al codice penale che di fatto depotenzia le sanzioni a chi effettua “scarichi illegali”, guarda caso, riducendole ad una semplice multa.

Gli effetti si vedono oggi, ad un anno di distanza dal disastro, hanno ricominciato a sversare veleni nel Lambro. E così mentre nel Tamigi si nuota, qui al massimo si muore.

Politica: Profanazioni fisiche, morali e politiche

febbraio 16, 2011 § 2 commenti

Questo post nasce dalla lettura di un bellissimo articolo del fu Daniel Bensaid su Alfabeta2, rivista che consiglio fortemente, sulla trasformazione politica, sul ruolo della stessa sulla constatazione che la “mercificazione” ha ridotto il valore della comunità sociale in “spettacolo”, nel mostrarsi e darsi un prezzo come con i cartellini.

Bensaid correttamente inquadra un certo tipo di fenomeni, come lo scontro di civiltà, il jhiadismo “elitario” o l’altro lato della medaglia, il “bushismo messianico”, non come “rigurgiti” di un’epoca che finisce, ma è l’antico che viene messo di nuovo al centro a causa del vuoto della politica contemporanea.

Ma questo vuoto, questa esteriorità così potente, nella sua vacuità, da dove discende? Ebbene, sono sorpreso anche io, ce lo dice Hegel, niente di nuovo quindi ma in fondo bastava leggersi Toqueville per capire che uno come Berlusconi non è altro che l’aspetto patologico della democrazia: “Scomparve dall’animo del cittadino l’immagine dello Stato come un prodotto della propria attività; la cura e la sovrintendenza del tutto riposò sull’anima di uno solo o di pochi. L’abilità nella cosa pubblica, ecco il grande fine che lo Stato poneva ai suoi sudditi, mentre questi nel suo ambito non si proponevano che guadagno, autoconservazione e forse vanità. Ogni attività, ogni fine era riferito ora all’individuo; non ci fu più nessuna attività rivolta al tutto ad una idea. Ognuno lavorava per sè o era costretto a lavorare per altri. Scomparve ogni libertà politica; il diritto dei cittadini dava solo il diritto alla sicurezza della proprietà che ora riempiva tutto il suo mondo”.

Alzi la mano chi non ci vede l’Italia di oggi.

Rifiuti: Segreti tossici

febbraio 7, 2011 § Lascia un commento

Abbiamo già parlato delle “navi dei veleni”. Ci sembra però utile tornarvi alla luce dei recenti sviluppi, che non sono sfuggiti alla stampa straniera mentre sembra che in Italia l’argomento non interessi poi tanto.

Infatti in un articolo apparso su “Counterpunch“, si torna a raccontare, o si tenta di farlo, quello che è uno dei “misteri d’Italia”. Parliamo dell’intenso traffico di rifiuti tossici che negli anni 80, ma gli stessi atti della commissione d’inchiesta parlamentare fanno risalire alla metà del decennio precedente, “animò” le rotte del Mediterraneo, da La Spezia fino a Mogadiscio in Somalia.

Venti anni, fino al 1995, che hanno visto intrecciarsi come tanti fili i suoi protagonisti:malaffare, inquinamento, cosche della ndrangheta e imprenditori senza scrupoli. Ma anche uomini della marina, industrie importanti, servizi segreti americani ed italiani e la massoneria. In mezzo coloro che tentarono di portare alla luce la verità e che sono morti per questo: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin innanzitutto, i due coraggiosi giornalisti della Rai, uccisi in Somalia. Gli appunti della Alpi sparirono misteriosamente, e oggi l’inchiesta è stata riaperta. Poi il capitano di marina Natale de Grazia, morto per un infarto (ma i suoi familiari continuano a ripetere che era in ottima salute) pochi giorni prima di consegnare il suo rapporto sulla vicenda del traffico di rifiuti tossici.

Tutto comincia in Liguria, nella discarica di Pitelli, che faceva parte delle proprietà dell’esercito italiano, nel 1975. Orazio Duvia, gestore e proprietario degli impianti che vi verranno costruiti, comincia a “riempire” le vasche di contenimento di rifiuti tossici e nucleari. Durante tutti gli anni 80 si continua ad “ammassare” scarti provenienti anche dalla Union Carbide, azienda che nel 1984 sarà citata sui giornali di tutto il mondo per la tragedia di Bhopal in India: 2.500 morti per le sostanze tossiche esalate dallo scoppio di una loro fabbrica.

Ma i rifiuti sono tanti, troppi per Pitelli e così cominciano “i viaggi” verso l’Africa. Gli atti dell’inchiesta parlamentare evidenziano come Duvia riuscì ad eludere e aggirare qualunque tipo di controllo e anche le amministrazioni locali di quegli anni sono molto “ben disposte” nei confronti dell’imprenditore.

Poi la storia si complica: le navi vanno a scaricare in Africa e i due giornalisti della Rai si mettono sulle tracce del traffico. Incominciano a venire fuori, come confermerà anche un pentito Francesco Fonti, intrecci troppo pericolosi con i servizi segreti, con la Cia che indica proprio il sito di Pitelli, gestito in maniera criminale da Duvia, come un “esempio positivo”. Con i massoni liguri che mettono a disposizione le navi. Con documenti, come la relazione d’indagine sulla morte di un operaio a Pitelli, che spariscono dagli atti delle commissioni parlamentari, con troppi segreti di Stato apposti su di una vicenda ancora troppo oscura, e sulla quale ora si tenta di fare luce.

Certo è che le coste italiane del Mediterraneo, quelle calabresi sopratutto, nascondono carcasse di navi cariche di veleni, i danni sono stati enormi per l’ambiente e ancora non si riescono a quantificare. Tante sono le risposte che ancora devono essere date dallo Stato italiano, e da chi in questa brutta storia è coinvolto. Troppi sono i dubbi sugli effetti devastanti che questi rifiuti tossici potrebbero avere sull’ambiente e sulla salute dei cittadini calabresi e italiani. Tre morti aspettano di avere giustizia. E’ davvero ora che la verità venga a galla.
LdB

Politica: il Paese a puttane

febbraio 4, 2011 § Lascia un commento

Ormai non sa più a chi rivolgersi....

Si fa un gran parlare degli scandali sessuali e dell’utilizzatore finale che ne ha usufruito. Tutto o quasi, in attesa di queste famigerate foto, è stato detto. Ma la riflessione che mi ha spinto a scrivere questo post, nasce dalla lettura di due interessanti articoli apparsi su Repubblica ieri ed oggi.

Il primo è di Adriano Prosperi, “democrazia e decadenza”. L’altro è del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, “la notte di Arcore e la notte italiana”. Entrambi gli interventi partono da un punto comune, gli avvenimenti di questi giorni, ma lo osservano da prospettive diverse. Prosperi parla della visione che hanno gli altri di noi italiani, e sopratutto del nostro sistema politico. Così come negli Stati Uniti, non è possibile scindere morale privata e comportamenti pubblici, allo stesso modo la democrazia e la moralità, l’etica, e il “senso civico”, si fondono e si sostengono. Zagrebelsky invece si concentra sulla “logica da mercato” che ormai ha di fatto involuto il sistema politico italiano: ci si vende, ci si offre, per ottenere qualcosa, da un potente, dal ricco (che nel caso del Presidente del Consiglio è la medesima cosa), corpo o mente poco importa. Ciò che importa è che si è attraverso questa pratica rinunciato ad esercitare i propri diritti, che sono stati, in un certo senso, “monetizzati”: vuoi un posto di lavoro? Fai sesso con me. Vuoi un’autorizzazione amministrativa? Votami.

Condivido pienamente entrambe le analisi, anche se solo Prosperi individua una delle cause della “decadenza” storica dell’Italia: “Un viaggiatore inglese del ‘600 autore di un rapporto sullo stato della religione in Italia che fu postillato da Paolo Sarpi, Edwin Sandys, lo disse molto chiaramente: gli italiani gli sembrarono un popolo civile e accogliente, dotato di eccellenti qualità. Gli piacquero anche alcuni aspetti della loro religione. Ma trovò incomprensibile e del tutto esecrabile la pratica della confessione cattolica: il modo in cui nel segreto del confessionale i comportamenti più immorali e le infrazioni più gravi ai comandamenti cristiani venivano cancellati al prezzo di qualche orazioncella biascicata distrattamente gli sembrò una vera e propria licenza di immoralità, un modo per corrompere in radice la natura di un popolo”.

Dunque secoli di “comprensione” morale, che ancora oggi dura, basti vedere la posizione della Chiesa su Berlusconi, ci hanno pericolosamente “abituato” a qualunque livello di moralità, o meglio di immoralità, praticabili e praticate.

Invece Zagrebelsky si ferma, pur se in modo eccellente, all’analisi e non sembra cercarne una causa profonda. Io credo, ovviamente non oso paragonarmi all’illustre costituzionalista, che questa “mignottocrazia”, mercificazione di tutto, sia dovuta alla perdita di valore, etico ma anche economico, del lavoro: l’Italia è uno dei Paesi con il livello di salario più basso nel Continente; la miriade di contratti atipici, a progetto, a tempo determinato, hanno svilito funzione e qualità del lavoro, a cui non sono più collegati i diritti che conoscevamo.

Ovvio che se il lavoro non vale nulla, allora non resta che “offrirsi” al potente di turno, e si verrà ricompensati. Questa è l’accusa che bisognerebbe muovere alla nostra politica: quella di aver distrutto la libertà attraverso la degradazione del lavoro. Elemento anche di valore economico: perchè è inutile prendersi in giro, chi è autonomo dal punto di vista “monetario” lo è più facilmente anche dal punto di vista intellettivo. Il bisogno è nemico della libertà, ed è lo stato nel quale versiamo oggi, come Paese e come società.

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