Politica: il Paese a puttane

febbraio 4, 2011 § Lascia un commento

Ormai non sa più a chi rivolgersi....

Si fa un gran parlare degli scandali sessuali e dell’utilizzatore finale che ne ha usufruito. Tutto o quasi, in attesa di queste famigerate foto, è stato detto. Ma la riflessione che mi ha spinto a scrivere questo post, nasce dalla lettura di due interessanti articoli apparsi su Repubblica ieri ed oggi.

Il primo è di Adriano Prosperi, “democrazia e decadenza”. L’altro è del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, “la notte di Arcore e la notte italiana”. Entrambi gli interventi partono da un punto comune, gli avvenimenti di questi giorni, ma lo osservano da prospettive diverse. Prosperi parla della visione che hanno gli altri di noi italiani, e sopratutto del nostro sistema politico. Così come negli Stati Uniti, non è possibile scindere morale privata e comportamenti pubblici, allo stesso modo la democrazia e la moralità, l’etica, e il “senso civico”, si fondono e si sostengono. Zagrebelsky invece si concentra sulla “logica da mercato” che ormai ha di fatto involuto il sistema politico italiano: ci si vende, ci si offre, per ottenere qualcosa, da un potente, dal ricco (che nel caso del Presidente del Consiglio è la medesima cosa), corpo o mente poco importa. Ciò che importa è che si è attraverso questa pratica rinunciato ad esercitare i propri diritti, che sono stati, in un certo senso, “monetizzati”: vuoi un posto di lavoro? Fai sesso con me. Vuoi un’autorizzazione amministrativa? Votami.

Condivido pienamente entrambe le analisi, anche se solo Prosperi individua una delle cause della “decadenza” storica dell’Italia: “Un viaggiatore inglese del ‘600 autore di un rapporto sullo stato della religione in Italia che fu postillato da Paolo Sarpi, Edwin Sandys, lo disse molto chiaramente: gli italiani gli sembrarono un popolo civile e accogliente, dotato di eccellenti qualità. Gli piacquero anche alcuni aspetti della loro religione. Ma trovò incomprensibile e del tutto esecrabile la pratica della confessione cattolica: il modo in cui nel segreto del confessionale i comportamenti più immorali e le infrazioni più gravi ai comandamenti cristiani venivano cancellati al prezzo di qualche orazioncella biascicata distrattamente gli sembrò una vera e propria licenza di immoralità, un modo per corrompere in radice la natura di un popolo”.

Dunque secoli di “comprensione” morale, che ancora oggi dura, basti vedere la posizione della Chiesa su Berlusconi, ci hanno pericolosamente “abituato” a qualunque livello di moralità, o meglio di immoralità, praticabili e praticate.

Invece Zagrebelsky si ferma, pur se in modo eccellente, all’analisi e non sembra cercarne una causa profonda. Io credo, ovviamente non oso paragonarmi all’illustre costituzionalista, che questa “mignottocrazia”, mercificazione di tutto, sia dovuta alla perdita di valore, etico ma anche economico, del lavoro: l’Italia è uno dei Paesi con il livello di salario più basso nel Continente; la miriade di contratti atipici, a progetto, a tempo determinato, hanno svilito funzione e qualità del lavoro, a cui non sono più collegati i diritti che conoscevamo.

Ovvio che se il lavoro non vale nulla, allora non resta che “offrirsi” al potente di turno, e si verrà ricompensati. Questa è l’accusa che bisognerebbe muovere alla nostra politica: quella di aver distrutto la libertà attraverso la degradazione del lavoro. Elemento anche di valore economico: perchè è inutile prendersi in giro, chi è autonomo dal punto di vista “monetario” lo è più facilmente anche dal punto di vista intellettivo. Il bisogno è nemico della libertà, ed è lo stato nel quale versiamo oggi, come Paese e come società.

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