Economia: La condanna del capitalismo all’italiana

aprile 21, 2011 § Lascia un commento

Tre anni e mezzo, e 700mila euro di multa, all’ex Governatore della Banca D’Italia, Antonio Fazio. Quattro anni e 7 mesi, più 1milione e 200mila euro, per l’ex Presidente di Unipol Giovanni Consorte, quello che al telefonino diceva contento a Fassino e soci “abbiamo una banca” proprio in riferimento alla tentata, ma non riuscita, scalata alla Bnl. Motivo per cui sono finiti a giudizio e motivo per cui il Pm Luigi Orsi ne ha chiesto la condanna. Aggiotaggio, insider trading e ostacolo alle autorità di vigilanza, questi i pesanti reati contestati.

Ma sono in ottima compagnia: insieme a loro c’è tutta la banda dei “furbetti” del quartierino che nel lontano 2005 balzarono agli onori della cronaca: Ricucci, Coppola e Statuto, per ognuno di loro chiesti 3 anni e mezzo. Mentre manca l’altro grande protagonista: quel Fiorani che doveva “conquistare” Banca Antonveneta partendo dalla piccola Popolare di Lodi. Lui ha patteggiato, e ne è uscito con appena sei mesi di reclusione.

Tanti nomi, tanti reati, ma la vicenda ci riporta al tentativo di istituti di credito stranieri, gli spagnoli della BBVA e gli olandesi della ABN AMRO, che vogliono entrare sul mercato italiano, comprando rispettivamente BNL e la Antonveneta. Ma non avevano fatto i conti con Fazio che senza dire come, illecitamente sostiene il Pm, si adopera per l’italianità, valore assoluto anche di questi tempi stando alle parole del ministro Tremonti su Parmalat, muovendo le sue “pedine” sullo scacchiere dell’alta finanza.

Ed ecco che, per usare le parole della requisitoria, Fazio diventa il “regista dell’operazione quando ancora nessuno degli altri soggetti che poi sarebbero intervenuti era attivo”. Seguiranno poi intrecci con la politica, sopratutto di centrosinistra, affari con immobiliaristi di non chiara fama, i furbetti di cui sopra, un gran pasticcio e il Governatore che si dimette per fare posto a Draghi nel tentativo di salvare l’onore della Banca d’Italia.

Quello che emerge chiaro da questa “melmosa” storia è che il “capitalismo all’italiana” ci ha portato solo danni e nessun beneficio, e di nuovo basti pensare a Parmalat o ancora alla grottesca vicenda dell’Alitalia per capire che in realtà siamo lontani anni luce da quel “regime concorrenziale” al quale l’Europa ci vorrebbe allineati. In Italia insomma la concorrenza non esiste, sopratutto nei settori “strategici”, e questo rende il sistema “immobile” non solo l’ex governatore Fazio, sempre nella definizione del Pm.

Un sistema che vede poche banche che possiedono le assicurazioni, che a loro volta siedono nei consigli di amministrazione delle banche e tutte insieme decidono delle sorti di un patrimonio immobiliare immenso con il quale si finanziano i progetti delle imprese “amiche”, ergo: quelle nelle quali siedono in Cda sempre i signori di cui sopra. Un esempio su tutti: Fabrizio Palenzona, il “mastodontico” vicepresidente di Unicredit, la più grande banca privata italiana.

Intervistato tempo fa da Report, Palenzona elencò le sue cariche, oltre quella già detta: nel Cda di Mediobanca, che siede nelle assicurazioni Generali, Presidente dell’Adr, aereoporti roma, presidente dell’Aiscat, concessioni autostradali, presidente dell’associazione nazionale camionisti (si perchè il nostro era camionista)

Alla domanda: “ma se una società vince un appalto con l’Adr ( di cui lei è presidente) e poi viene a chiedere un prestito all’Unicredit (di cui lei è vicepresidente), questo non ha un peso determinante per la riuscita dell’appalto stesso?”. Sorriso del vicepresidente, come a dire: è il capitalismo all’italiana, bellezza.

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