Lavoro: praticamente precari

maggio 29, 2011 § Lascia un commento

In Italia ci sono 200mila avvocati. Tanti, tantissimi, tra questi i praticanti. Giovani, e meno giovani, che esercitano la professione, anzi la “imparano”, legati ad un “dominus” che spesso non li paga, o concede loro un rimborso spese. Questo per due anni. Cose risapute, una sorta di schiavismo volontario, tacitamente accettato da molti anni, ma non per questo giusto.

La novità è che molti avvocati cominciano a denunciare la loro situazione di precarietà anche dopo aver superato il terribile esame di stato: secondo la cassa forense i giovani legulei, meno di 35 anni, denunciano in media tra i 20 e i 25 mila euro annui. Il che non sembrerebbe proprio poco, ma dai vari siti che sono nati per dare voce ai neo avvocati, ti avvertono che sono cifre a cui sottrarre i versamenti previdenziali. Per cui sarebbe corretto dire che lo stipendio si aggira sui mille euro, o poco più. Certo non quello che sognavano dopo anni di università, praticantato, studio ed esami. E sopratutto con lo sguardo rivolto sempre ai dati della cassa forense: i legali over 65, dichiarano mediamente 4mila euro al mese.

Un divario enorme che fa emergere ancora una volta il ritratto di un Paese soggetto ad una “gerontocrazia” ancora più forte dove siano presenti gli ordini professionali, vere e proprie “caste”, collettori di lavoro altamente qualificato a basso, bassissimo costo. Diego Da Silva ha raccontato in due divertenti libri, “Non avevo capito niente” e “Mia suocera beve”, il mondo dell’avvocatura napoletana: che a suo dire si è “imbruttito” e incattivito ma tutto questo è dovuto alla “precarietà” di chi vive e lavora in un settore ormai troppo affollato. E forse, come fanno rilevare i ragazzi di “praticanti.com” come di altri siti, tutto questo è dovuto anche alla mancanza di un vero e proprio sindacato, all’assenza di uno “spirito” di categoria che spinga chi lavora nel settore a chiedere con più forza una tutela unificata, in particolare per la retribuzione dei praticanti, prevista dalla riforma ma mai seriamente applicata. In mancanza di ciò continua a valere, per i professionisti affermati, la vecchia massima romana: “divide et impera”.

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Rifiuti: la cenere sul capo

maggio 27, 2011 § Lascia un commento

Siamo alla fine della campagna elettorale e tra accuse di vandalismo, offese personali, strategie più o meno chiare, non c’è stato molto tempo per parlare dei rifiuti. Entrambi i candidati hanno proposto le loro soluzioni: più inceneritori, secondo l’roginario piano del governo, per Lettieri, più differenziata e “porta a porta” per De Magistris. Sembra utile a questo punto fare una serie di osservazioni sul sistema attuale e di come questo sia stato gestito.

Prima di tutto la raccolta differenziata: a Napoli è ancora troppo bassa (non raggiunge il 19%) e dunque non è possibile affermare che si tratta di un sistema che non ha mai funzionato. Semplicemente non è mai stata messa in atto in maniera organica, nonostante le previsioni di un decreto del 1998, che prevedeva questa soluzione: almeno il 50% di differenziata, il 35% incenerito e il resto (che poi si sarebbe dovuto comunque assottigliare negli anni) in discarica. Una strategia pienamente condivisibile e realistica nella sua realizzazione per gradi.

Eppure in 12 anni non è stato realizzato nulla di quanto detto: la differenziata non c’è ( e ne risentono le aziende campane che si occupano del recupero dei materiali), e per quanto riguarda l’inceneritore è forse meglio stendere un velo pietoso: l’impianto di Acerra è costato allo Stato quasi 350 milioni di euro, ha funzionato a singhiozzo fino all’inizio dell’anno e continua ad avere molti problemi. Questo perchè ciò che vi viene bruciato non è esattamente, per usare un eufemismo, quel che si definisce “ecoballa”, ma rifiuti “compostati” male e dove vi è finito dentro di tutto, come hanno dimostrato le indagini della magistratura. Eppure se la raccolta differenziata fosse “efficiente”, non ci sarebbe bisogno di costruire altri inceneritori: quello di Acerra potrebbe tranquillamente coprire la percentuale esclusa dalla raccolta porta a porta. Il punto è che gli inceneritori costano (400 milioni si prevede per quello di Napoli Est), sono gestiti dai privati (a differenza ad esempio di Torino), e ricevono contributi pubblici, i famosi Cip6 che tutti pagano sulla propria bolletta elettrica, e sono fonte di enorme preoccupazione tra la popolazione.

STIR. Sigla che sta ad indicare gli impianti di tritovagliatura (significa tritare e pressare) dei rifiuti. Una volta erano impianti di compostaggio, erano appunto, perchè oggi si limitano a compattare la “munnezza” mentre avrebbero dovuto separarla, “valorizzarla” in un certo senso: il materiale idoneo per essere incenerito ad Acerra, il resto in discarica. Ma il sistema non ha mai funzionato (c’è in atto un processo che va avanti da tre anni sulla Impregilo). Risultato? Acerra funziona male, brucia non si sa bene cosa e prende i contributi, da noi, per farlo. E’ evidente che alla nostra classe imprenditoriale, che fa sempre appello al mercato e alla libera concorrenza ma quando si tratta di prendere contributi dallo Stato non si tira certo indietro, conviene tanto, anzi tantissimo, costruire inceneritori ogni 30 km: in pratica non lo pagano loro ma i cittadini. Mentre è altrettanto evidente che la raccolta differenziata non rende ricca la “razza padrona” (come ebbe a chiamarla Turani), ma resta la risorsa più importante. Inoltre l’impianto di Acerra ha richiesto anni di lavori e ritardi per essere costruito e con gli altri?

Il rischio è che nell’attesa di vedere questi altri inceneritori all’opera passino tre o verosimilmente più anni, e siccome nel frattempo non si può fare la differenziata (altrimenti gli impianti poi cosa bruciano?), dove la mettiamo la munnezza? Bella domanda e la risposta (quella per la quale siamo stati condannati dalla Ue che ci ha “congelato” 500 milioni di euro di aiuti) è sempre la stessa: in una bella discarica, come abbiamo fatto in tutti questi anni “gonfiando” la Regione di rifiuti.

Appare quindi più realistico il tentativo di innalzare i livelli di differenziata, rimettere a regime l’impianto di Acerra e provvedere ad una “razionalizzazione” del sistema di gestione. Spostare in avanti le soluzioni, come ha fatto il Governatore che promette di risolvere il problema nel 2013, significa sottovalutare 17 anni di emergenza rifiuti. Ne va della salute dei cittadini e della integrità del territorio: il tempo dell’attesa è finito.

Economia: Chi ha paura del Default?

maggio 25, 2011 § Lascia un commento

Mentre in Italia ci si “azzuffa” sulle elezioni amministrative con toni da ultras, in Europa crescono le preoccupazioni sugli effetti della crisi, anche nel nostro Paese. Sotto osservazione la Grecia che rischia il “default”. Ovvero di risultare insolvente nei confronti dei suoi creditori, in una parola: fallimento. Ma come è possibile che uno Stato fallisca? E sopratutto come ha fatto la Grecia ad arrivare fino a questo punto? Domanda interessante visto che gli occhi della Bce, labanca centrale europea, e delle temute agenzie di rating, sono coloro che danno le “valutazioni” sulla qualità di azioni ed obbligazioni e titoli di Stato, sono puntate su altri Paesi europei: l’Irlanda e il Portogallo certo, ma anche la Spagna e l’Italia. E non a torto.

Quando uno Stato decide di aumentare la sua spesa pubblica, per fare investimenti che crede aumenteranno l’occupazione o anche per garantire migliori servizi sociali, ha diverse strade per farlo: aumentare le tasse ad esempio, oppure incrementare l’offerta di moneta, infine può accrescere il suo “deficit” emettendo titoli di Stato. Banche, singoli cittadini, aziende comprano questi titoli di credito in cambio di moneta sonante, il problema è che poi alla scadenza lo Stato in questione dovrebbe restituire la somma più ovviamente gli interessi. Ma la Grecia non può. E non può nemmeno ricorrere ad altri metodi: infatti il controllo sulla moneta, come per gli altri Paesi europei, non è più di sua competenza ma della Ue, e di certo non può aumentare le tasse ad una popolazione sfinita dalla crisi.

Ecco perchè il rischio di “default” diventa sempre più concreto e le soluzioni sempre meno percorribili. C’è chi parla di un “prestito” da parte del Fondo monetario internazionale, che quindi si sostituirebbe ai creditori “comprando” il debito greco, e chi parla di una “ristrutturazione” del debito. Espressione che sta a significare una modica dei titoli di Stato in senso “dilatorio” (vi pagherò di più ma tra qualche anno). Strada difficile per due motivi: il primo è che ci vuole l’accordo dei creditori, il secondo è che in questo modo si compromette la “sicurezza” che gli investitori hanno nei titoli di credito e tutti i mercati potrebbero pesantemente risentirne.

Dunque il problema del Paese ellenico è un debito troppo alto che non può più pagare, e gli altri? Irlanda e Portogallo si trovano in una situazione simile, anche se meno grave, e Lisbona ha dovuto accettare “l’aiuto” della Ue, che non è gratis: i soldi dovranno infatti essere restituiti e nel frattempo il Governo portoghese sarà costretto ad adottare le misure, tagli sopratutto, che Bruxelles gli imporrà facendo buon viso a cattivo gioco.

E l’Italia? Il nostro Paese è una realtà produttiva molto più solida, ma in tempi incerti come questi preoccupa, e non poco, l’elevatissimo debito pubblico del nostro Paese, parliamo di circa 1.700 miliardi di euro, tanto che solo di “interessi” su questo debito ogni anno l’Italia “paga” una settantina di miliardi di euro. Ma il problema, nonostante i numeri impressionanti, non è questo. Anche la Germania ha infatti un alto debito pubblico, sui duemila miliardi, ma non ha certo le nostre preoccupazioni. Questo perchè l’Italia ha due “punti deboli” che gli economisti ben conoscono: il primo è il rapporto deficit/pil, famigerato protagonista dei tg, infatti in questo momento il primo è il 120% del secondo. Ovvero: il Paese fa più debiti di quanti riesca a pagarne ogni anno, ovvero il tasso di “crescita” dell’economia è più basso di quello dei tassi di interesse sui nostri debiti. Finchè la situazione rimarrà questa hai voglia di fare tagli, come suggerito oggi dalla Corte dei Conti, il debito non si ridurrà. Il secondo è la mancanza di “prospettive” politiche, che è il motivo per cui le agenzie di rating stanno “tagliando” le valutazioni sul nostro debito, in 17 anni i Governi italiani non sono stati in grado di fare una sola reale riforma che abbia ristrutturato l’assetto economico lavorativo in maniera stabile. E con l’arrivo al Governo dei “responsabili” di certo le cose non sembrano poter migliorare. Ed ecco che forse conviene chiedersi: chi ha paura del default?

Politica: Il ballottaggio nel labirinto

maggio 22, 2011 § Lascia un commento

A prima vista sembrerebbe tutto molto semplice. Accendi la televisione e vedi da un lato Gianni Lettieri, candidato del centro destra a Sindaco di Napoli, e dall’altro Luigi De Magistris, il suo sfidante. I due non si risparmiano colpi ed errori grammaticali, come fatto notare anche da Aldo Grasso sul Corriere, e fino a qui niente di nuovo. E’ la democrazia, bellezza.

Ma dietro le quinte il mondo della politica partenopea è in fermento. E per questo motivo vogliamo dare una mano ai nostri lettori, e anche a noi stessi, immaginando le diverse “strade” che queste elezioni possono prendere, per cui a voi la scelta:

Se pensate che il Pd napoletano a parole appoggi De Magistris, ma in realtà remi contro, proseguite nella lettura, altrimenti passate al capoverso successivo. Bene, siete di quelli “cinici”, immaginate che nonostante le urla di Bersani, al Pd orfano di Bassolino non freghi nulla di consegnare la città ad uno che oltretutto non sopportano. E che abbiano più a cuore le quattro poltrone che rischiano di perdere in caso di vittoria di De Magistris, mentre i posti arriverebbero in caso di vittoria di Lettieri. Per cui, i notabili del Pd remano contro, fanno vincere Lettieri. Il quale è poi costretto a consegnare tre o quattro assessorati agli ex avversari. Esulta Claudio Velardi, spin doctor di Lettieri e uno dei “D’alema boys”: il sogno di una “bicamerale partenopea”, dopo aver conquistato anche la Regione, è realtà anche a Napoli.

Il Pd decide che Bersani e i vertici del partito nazionale hanno ragione, proprio Lettieri non può vincere. Appoggiano dunque De Magistris apertamente, invitano la base a votare compatta. De Magistris vince, il Pd partenopeo viene spazzato via. Il centro sinistra comincia da zero. Nel centro destra si apre a sua volta una profonda riflessione sugli errori fatti. L’ex pm ora non ha scusa: deve governare o andrà a casa. Velardi esulta: grazie al pessimo risultato di Napoli e di Milano, il Governo ha i giorni contati. Lo spin doctor si mette subito sul mercato a disposizione di candidati di sinistra e di destra: è la “bicamerale dei libretti degli assegni”.

Vediamo che cosa succede dall’altra parte. Lettieri è forte, ma il consenso non gli basta, c’è quel 10% del terzo polo che fa gola. Con quello e pochi altri voti, scontati quelli dei mastelliani, Gianni ce la farà. Ma tra l’Udc e Fli si agitano opposte posizioni e considerazioni. Se pensate che prevarrà la linea di appoggio a Lettieri, continuate a leggere, altrimenti passate all’altro capoverso. Allora nonostante la posizione “neutrale” del terzo polo, l’Udc intravede la possibilità di diventare decisiva: in fondo è già alleata in Regione in tanti Comuni con il Pdl. Lettieri vince e per sdebitarsi dà qualche importante assessorato ai “demitiani”, in particolare, occhio al figlio del “grande vecchio”, vedi che poi ce lo troviamo Presidente di Regione tra tre anni. Fli si liquefa e scompare, Bocchino torna mesto a Roma con la coda tra le gambe. Il Pd napoletano esulta: De Magistris è ridimensionato e loro rappresentano la vera opposizione. Velardi esulta: ora può passare da destra a sinistra quando gli pare, è la “bicamerale delle consulenze d’immagine”, suo vecchio e ambizioso progetto.

Udc e Fli decidono di non appoggiare Lettieri. Passa la linea Bocchino. L’imprenditore non ce la fa per una manciata di voti. In Regione si apre la resa dei conti: i centristi “demitiani” e i socialisti di Caldoro non si sono mai potuti soffrire. Il Pd lancia un “opa” sulla nuova coalizione di “centro-centro sinistra”. Si apre una fase di notevole instabilità politica. Velardi esulta: probabile che gli affidino altre cinque o sei campagne di comunicazione con l’aria che tira. Siamo alla ” bicamerale delle elezioni permanenti”, che aveva sempre sognato quando chiacchierava con D’Alema di politica.

Infine: non vi frega niente di quello che faranno i “bassoliniani”, i “demitiani”, gli ex An, gli ex Pci, i “mastelliani” e chi più ne ha, più ne metta. Voi volete solo andare a votare per l’uno o per l’altro candidato. Avete già deciso, avete le vostre idee, oppure siete Claudio Velardi. Allora questo articolo non vi serve.

Rifiuti: il gioco delle tre carte

maggio 21, 2011 § 1 Commento

Esordio su campaniasuweb! Nuovo blog, ma non temete, non abbandonerò questo…

Primo post. Nuovo spazio virtuale. Vecchi argomenti. Ma sia ben chiaro, non è colpa mia, se l’emergenza rifiuti dura da quasi un ventennio, il che suggerisce oltretutto grotteschi parallelismi. Dunque dopo i miracoli annunciati alla fine dell’anno scorso dal nostro Presidente del consiglio siamo tornati per l’ennesima volta al punto di partenza.

La differenziata nel Comune di Napoli praticamente non si fa, siamo intorno al 18% in Aprile, della raccolta porta a porta, che è bene premetterlo: per chi scrive è l’unica reale soluzione, nemmeno a parlarne. Così come per i famosi inceneritori: quello di Acerra non funziona al massimo delle sue potenzialità, fortunatamente visto che le ecoballe tutto sono tranne che eco, e per quanto riguarda quelli che “verranno”, Napoli Est ad esempio, siamo ancora in alto mare.

Il Governatore Caldoro ha detto che ci vorranno altri tre anni durante i quali, si sono chiesti i cittadini partenopei, che cosa faremo? Una soluzione l’ha data la stessa classe politica che ci governa e sembra che ora la stia adottando anche chi si occupa della raccolta, si fa per dire, dei rifiuti: il vecchio gioco delle tre carte.

Infatti il governo regionale e nazionale ha prima introdotto, a dicembre, il criterio della “provincializzazione”, per far contenta quella parte del territorio, Salerno, Avellino, Benevento, “meritevole”, per poi procedere alla “sprovincializzazione” appena 3 mesi dopo, perchè i rifiuti non sanno dove metterli e c’è bisogno di fare un pò di discariche in Campania, mi dispiace della differenziata non hanno proprio tenuto conto.

Così anche in città si sono adeguati: fanno accumulare i rifiuti in alcuni quartieri, bastava passare per Fuorigrotta una settimana fa per rendersene conto, quando poi si arriva al limite della tollerabilità si raccoglie e si va a sversare a Chiaiano. E così via, in modo che ognuno abbia, democraticamente si intende, la sua “quota” di puzza e rischio sanitario da sopportare. Chissà che cosa si inventeranno i nostri “creativi” amministratori, e tra questi ci metto anche il futuro Sindaco napoletano chiunque sia, in vista dell’estate. Ho paura di scoprire la risposta.

Politica: Colti in “fallo”

maggio 17, 2011 § 1 Commento

E alla fine ci cascò anche il Governatore della California, a questo punto non sappiamo ancora per quanto, Arnold Schwarznegger: la moglie chiede il divorzio dopo 25 anni di matrimonio. E lui ammette: “dieci anni fa ho avuto un figlio dalla domestica, mi spiace”. Vedremo se gli elettori americani lo “perdoneranno”. Difficile visti gli illustri precedenti: da Bill Clinton, finito sotto procedura di impeachment, per la storia con la Lewinsky, fino al più recente caso di Elliot Spitzer, inflessibile governatore dello Stato di New York, ma altrettanto assiduo frequentatore di un giro di squillo di alta classe, costretto poi a dimettersi.

Certo come non citare anche il caso di Dominique Strauss Khan, il potente Presidente del Fondo Monetario Internazionale, prossimo alla corsa all’Eliseo, indicato come uno degli uomini più influenti del mondo, ora in galera con l’accusa di aver stuprato una cameriera 32enne durante il suo soggiorno nella città americana. Rischia fino a 25 anni di galera, di sicuro, come raccontato anche da Federico Rampini qualche giorno fa, la sua carriera politica ne è uscita a pezzi: Sarkozy può dormire sonni tranquilli, difficilmente vedremo Strauss Khan correre alle presidenziali francesi del 2012.

Per non parlare poi del “cortile” di casa nostra, il Premier, come tutti sanno, è da più di un anno coinvolto in continue inchieste, l’ultima su “Ruby Rubacuori”, la finta nipote di Mubarak, ma vera “minorenne” invitata ad Arcore ai festini del “bunga bunga”. O come non ricordare lo “scandalo” Marrazzo che gettò l’allora Governatore della Regione Lazio in pasto ai media, per la storia di frequentazioni con i trans di via Gradoli: ricattato, esposto alla “pubblica gogna”, fino alle pubbliche dimissioni e all’allontanamento dalla politica.

Ma anche altri politici “minori” si ricordano per le loro “performance”, come l’ex Udc Cosimo Mele, che se ne andava, dopo il lavoro, negli alberghi romani in compagnia di cocaina e squillo di lusso. Anche lui costretto alle dimissioni, anche lui finito nel “dimenticatoio” della cronaca italiana. Qualcuno penserà che c’è da rimpiangere la vecchia DC, che sarà stata si “bigotta” fino al parossismo, ma almeno non ci si faceva trovare con la “patta dei pantaloni” aperta davanti la pubblica opinione. Purtroppo neanche ai tempi di De Gasperi vigeva una “moralità” istituzionale: chi ricorda il delitto di Wilma Montesi, trovata morta sulla spiaggia di Torvajanica nel 1953, ricorda anche che questo “oscuro” omicidio coinvolse personaggi illustri, quali il figlio di Attilio Piccioni, reggente dello scudo crociato e numero due proprio di De Gasperi, una storia molto poco edificante che fu insabbiata tra l’imbarazzo generale.

Insomma una cosa è chiara, se è vero che dietro un grande uomo, “c’è sempre una grande donna”. Dietro la caduta degli uomini del potere, sembra sempre esserci qualche disponibile “signorina”.

Lavoro: Il posto lo cerco in “rete”

maggio 12, 2011 § Lascia un commento

Il mondo del lavoro cambia, si trasforma, magari “sottotraccia”, mentre i conflitti tra vecchie “grandi” dell’industria e “vecchie” rappresentanze, esaspera e paralizza il mercato nel quale le nuove generazioni sperano di entrare con qualcosa di più di un contratto da 15 giorni.

Ma c’è anche chi si è “stufato”, e si è reinventato imprenditore, di se stesso o di piccole realtà: sono i wwworkers. Persone che hanno mollato il loro precedente lavoro e si sono lanciati nella rete, con una idea. Sul loro sito, è possibile scorrere i profili e le attività, e il “creatore” di questa nuova realtà aggregativa della microimprenditorialità, ha scritto persino un libro: Giampaolo Colletti lo ha pubblicato per il Sole24Ore.

Ma non ci sono solo giovani. Si è parlato anche di un “artigianato digitale”, dove il secondo termine indica in un certo senso un valore aggiunto. Persone che hanno deciso di “trasferire” le loro attività sul web. Come la famiglia Bertolucci, famiglia di artigiani itineranti toscani, che oggi ha un vero e proprio “negozio digitale” su ecoartigianato.com.

I primi dati sembrano essere incoraggianti: la media dei “guadagni” mensili si aggira tra i 1.500 e i 3mila euro, a seconda della specifica attività e del’eventuale “base” che il lavoratore o l’impresa avevano già avviato in precedenza. Ma i numeri più interessanti riguardano età e genere del “web workers”: il 60% è infatti costituito da donne molto spesso mamme, sopra i 40 anni. E in generale la metà dei lavoratori del web ha più di 50 anni. Una risorsa quindi non solo per i giovani.

Insomma il lavoro del futuro parte da lontano, da quella antica “arte” italica dell’arrangiarsi, per sfuggire, oggi più che mai, ad una crisi economica sempre più pressante, come certificano i dati della Banca d’Italia, e ad un mercato occupazionale sempre più rigido e “bloccato”. Bisognerà però aspettare almeno la fine del 2011 per capire quanto questo settore possa rappresentare davvero un’alternativa al lavoro tradizionale.

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