Bisignani e le “trame” della stampa italiana

giugno 23, 2011 § Lascia un commento

Faceva il giornalista Gianni Bisignani, l’uomo al centro della “madre” di tutti i complotti: la P4, i servizi deviati, gli appalti agli amici, la criminalità organizzata, le nomine governative. Un vero “deus ex machina”, o almeno questo è quanto emerge dalle “carte”, che lavorava all’Ansa, dove pare che entrò in contatto con le “persone giuste”. Meraviglia che un “semplice” cronista sia divenuto una figura così centrale e al tempo stesso “oscura” della vita italiana di inizio millennio.
Ma non c’è solo Bisignani, al centro dell’attenzione è finito anche il sito di Dagospia. Da anni imperversa sul web questa strana “testata” a metà tra il foglio di “paese”, ci sono le foto di tutte le feste della “roma bene” che viene regolarmente massacrata, e un organo di informazione. Ma informato molto bene a quanto pare, visto che già a metà degli anni 2000, nelle redazioni di gran parte dei quotidiani italiani, la lettura di Dagospia era una tappa obbligata prima della riunione di redazione.
E poi le “chicche”: pranzi segreti, riunioni di potenti, documenti ed anteprime degli avvenimenti che saranno. Quasi “profetica” la redazione di Dagospia sugli scandali di sesso berlusconiani, quasi “profetica” nel concentrarsi sul “padrone” di Finmeccanica Guarguagnini, prima dell’inchiesta di “Report” ovviamente, e tanto altro ancora.
Ora anche Dagospia è finito, o così pare, nello scandalo di Bisignani: pare che l’elitè industriale italiana si sia spesa per finanziare il sito, e le solite “manine” facevano arrivare alla redazione, gustose notizie, soffiate che servivano ad “agitare” il mondo dell’informazione “principale”.
Una sorta di canale dove pubblicare ciò che gli altri non potevano subito mandare in stampa, per “sdoganare” insomma notizie scomode.
Ma la tecnica non deve sorprendere, nè deve meravigliare che un sito apparentemente “minore” e scandalistico sia divenuto il canale di informazioni “riservate”.
Nella storia italiana è accaduto altre volte e anche tempo fa. Come non ricordare Mino Pecorelli? Anche lui aveva incredibili “poteri” di veggenza, quando con sei mesi di anticipo predisse il rapimento di Aldo Moro, o quando pubblicava sul suo “OP”, dossier e informazioni riservate, e il suo settimanale veniva considerato scandalistico. Poi Pecorelli venne ammazzato nel marzo del 79, proprio quando pare che fosse entrato in possesso di interessanti documenti sul rapimento e l’assassinio di Moro, documenti che le solite “manine” gli avevano recapitato.
O forse qualcuno ricorderà anche la storia della Aginter Presse. Teoricamente una agenzia di stampa con sede a Lisbona, in realtà un vero e proprio centro di “informazione” e “coordinamento” dei neofascisti europei. Scoperta per caso, grazie alla rivoluzione dei garofali in Portogallo, si rivelò una “miniera” di dossier e di nomi, tra i quali, come raccontò nel 1974 Corrado Incerti su “L’europeo”, quelli di altri giornalisti e politici italiani che avevano contatti con questa sorta di “agenzia nera”.
E torniamo sempre lì, a quel “miscuglio” di giornalisti, politici, servizi segreti, logge massoniche, criminalità organizzata, che da 40 anni inquina e avvelena la vita politica italiana. Oggi si sta scrivendo un nuovo ennesimo capitolo dello stesso complicato, oscuro libro che è parte della storia di questo Paese.

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Politica: La guerra dei mondi

giugno 15, 2011 § Lascia un commento

Il Ministro Brunetta spara a zero sui precari, “siete la parte peggiore del Paese“, e scoppia la polemica. Alle “parole in libertà” del Ministro siamo abituati, non si contano le sue uscite su magistrati, lavoratori del pubblico impiego e avversari politici. Ma le affermazioni di Brunetta si inseriscono ormai in un contesto molto più ampio. Quello di due generazioni ormai ai ferri corti: quella uscita dal 68, che si è ben radicata nelle stanze del potere e intende rimanervi, e quella nata fra la fine degli anni 70 e la fine degli 80: precari appunto, ma anche ricercatori, studenti, attivisti.

Lo scontro sembra sempre più inevitabile: in Italia un giovane su 3 è disoccupato, gli stipendi di ingresso, come da relazioni della Banca d’Italia, sono ai livelli degli anni 80, ovvero considerando l’inflazione, bassissimi. E ancora: il Paese soffre di bassa mobilità sociale, i figli degli avvocati fanno gli avvocati e i figli dei medici altrettanto per intenderci, e questo perchè non viene valutato il merito, non si tiene conto dei curriculum, ma solo di chi “conosci”. L’Italia è uno dei Paesi dove si investe meno in ricerca, come ormai tutti sanno, ma ad investire poco sono anche le aziende private che invece avrebbero un forte interesse ad innovare e a spingere verso quel “ricambio” che garantisce il futuro di qualunque tessuto sociale e lavorativo.

Ma è proprio questo il punto: il futuro. La generazione dei 60enni non ha più niente da chiedere al futuro, vive in un eterno presente condito dalla nostalgia degli anni che furono e per garantirsi questo presente non hanno esitato, e non esitano a tagliare tutte le strade, i ponti verso il futuro. Lo fanno anche attraverso il continuo “sbeffeggiamento”. L’irrisione sistematica delle nuove generazioni, e la tendenza si afferma da sinistra a destra nell’arco parlamentare. L’allora ministro Padoa Schioppa, governo Prodi, coniò l’infelice termine di “bamboccioni“, il suo successore Tremonti dice che gli stranieri si danno da fare più dei giovani. All’inizio dell’anno in una affollata conferenza per il rilancio delll’occupazione, la “trimurti” Sacconi, Meloni e Gelmini, definì i giovani come poco “umili”, rincarati dal solito Brunetta “fannulloni”.

Ma anche i Sindacati hanno impiegato anni ad accorgersi del precariato, per non parlare della politica di sinistra, impelagata nell’antiberlusconismo di principio. E dunque appare evidente che solo chi fa parte di questa generazione può legittimamente aspirare a riprendersi ciò che gli spetta: il futuro appunto. Lo avevano capito a loro tempo, pur con tutti i loro limiti, i protagonisti del movimento di Seattle nel 1999. Movimento non a caso stroncato nel sangue di Genova. Lo hanno capito gli spagnoli che sono scesi in piazza. lo hanno capito i tanti ragazzi italiani che si sono battuti per questi referendum. La direzione da prendere non è ancora chiara, ma una cosa è certa: la guerra dei mondi è cominciata.

Ecomafie: Napoli, Italia

giugno 14, 2011 § Lascia un commento

Arriva il rapporto sulle Ecomafie di Legambiente del 2011 e sono dolori: un business miliardario, migliaia di persone coinvolte, quasi 300 clan delle diverse mafie che si spartiscono una “torta avvelenata” ma che gronda denaro. E ancora: abusi edilizi e smaltimento di rifiuti, il binomio “munezza e cemento” risulta essere ancora fortissimo.

Il Sud continua a guidare questa triste classifica e la Campania in particolare con il 12,5% dei reati ambientali totali. Ma quello che per la prima volta diviene molto evidente è la diffusione del fenomeno in tutta la penisola italiana. Tanto che a distribuire gli illeciti accertati, più di 30mila, per i giorni dell’anno si ottiene che quotidianamente vi sono almeno 84 infrazioni, una ogni 20 minuti.

Questo avviene perchè l’Italia si ritrova a gestire più rifiuti di quanti ne produca, secondo quanto sostenuto da Legambiente, parole che i napoletani troveranno tristemente familiari: se oggi il territorio partenopeo è saturo di discariche legali e illegali, bisogna trovarne l’origine negli sversamenti abusivi praticati dai clan fin dall’inizio degli anni 80. Se per anni hai “importato” rifiuti da ogni dove, dal Nord Italia ma non solo, poi non ci si deve stupire che non si è più in grado di affrontare il problema secondo i vecchi “metodi”.

Ma probabilmente non è solo questo. Legambiente fa bene a ricordare che la legislazione italiana è una delle meno attente ai reati ambientali, quasi tutte le sanzioni sono solo pecuniarie, i testi normativi risalgono al 1997, il Ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha lanciato in pompa magna il Sistri, il sistema satellitare di controllo degli spostamenti dei rifiuti, che non è ancora entrato in funzione.

E’ evidente che il “sistema” cresciuto in Campania, in Sicilia e nel Lazio, sta diventando un “mostro” nazionale. Abbiamo il dovere di fermarlo, cominciando da qui: da Napoli.

Rifiuti: Il modello San Francisco

giugno 10, 2011 § 1 Commento

Città famosa per il Golden gate, per la sua musica e le sue università. Capitale della “sinistra americana”, San Francisco vanta anche il primato di città più “riciclona” d’america. Le percentuali si aggirano intorno al 70%, ma per fine anno l’amministrazione conta di arrivare ad un 75%, e tutto si basa sulla differenziazione “multimateriale”, fatta principalmente dagli stessi cittadini attraverso una macchina che si chiama “Pier 96”.

Il caso di San Francisco è molto interessante per due motivi: il primo è proprio nella scelta della raccolta multimateriale che facilita il compito dei cittadini, grazie alle nuove tecnologie infatti è possibile “riconoscere” le diverse tipologie di materiali che vengono successivamente smistate in un mega impianto da 18mila metri quadri. Qui i rifiuti vengono separati e addirittura la carta, il cartone, e le plastiche, vengono immediatamente “re imballate”, rivendute e immesse nuovamente in commercio.

Il progetto degli amministratori della città della costa ovest è ambizioso: “zero waste”. Ovvero zero rifiuti, riciclaggio totale, obiettivo che intendono raggiungere nel 2020. E molti indizi indicano che questa è una “missione possibile”: San Francisco ha incominciato ad introdurre la raccolta differenziata già nella metà degli anni 90, e nel corso degli anni, senza annunci “roboanti”, ha continuato ad investire in questa vera e propria “risorsa” per il territorio, fino a giungere al risultato attuale.

Ma, come scritto sopra, c’è anche un secondo motivo che rende il modello San Francisco estremamente interessante: la città è la dodicesima più grande degli Stati Uniti, poco meno di un milione di abitanti, in un territorio complessivo (la baia di San Francisco) che ne conta 7 milioni. Dunque non certo una piccola cittadina dove è “facile fare la differenziata”, come si sente spesso ripetere a chi incita per la soluzione “inceneritori”.

Invece San Francisco è tutto fuorchè una piccola città, e non ha puntato sugli inceneritori e vuole chiudere le discariche. E, forse, qualcuno se ne sta accorgendo anche in Italia se è vero che il Sindaco di Roma Alemanno ha deciso di fare un viaggio negli States per vedere di persona se le soluzioni di “Frisco” possono essere applicate anche nella Capitale. Ecco se fossi nel Sindaco De Magistris, prenoterei un posto anche io.

Lavoro: Noi non siamo bamboccioni

giugno 8, 2011 § 1 Commento

Qualche tempo fa il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha ribadito di fronte ai cronisti che la crisi è anche colpa dei giovani italiani, che sono abbastanza fannulloni e a riprova di ciò ha testualmente affermato: “nel nostro Paese gli immigrati regolari lavorano tutti. Fanno i mestieri che i giovani si rifiutano di prendere in considerazione”.

Ora a parte lo stupore che suscita questa affermazione in bocca ad un ministro in quota Lega, non c’è nulla che non sia corretto: secondo i rapporti del Governo stesso, per essere più precisi del Ministero delle Politiche sociali, gli stranieri che si sono stabiliti regolarmente in Italia, non solo lavorano, ma addirittura “tirano” l’economia del Paese. A fronte di una crescita, nel 2009 ad esempio, che ha stentato a raggiungere l’1%, la “quota migranti”, si è assestata intorno al 6,5%. Ancora: contribuiscono al gettito fiscale con 33 miliardi di euro, e pagano 7,5 miliardi di euro di contributi previdenziali ogni anno. Non male, non c’è che dire.

Eppure, anche il rapporto del Ministero ammette che il 2010 è stato un anno terribile anche per la componente più “dinamica” della nostra economia  è aumentata la disoccupazione in ogni settore. Colpa della crisi economica che ha di fatto “azzerato” gli investimenti con le aziende che di fatto hanno tirato i famosi remi in barca.

Eppure il lavoro non mancherà quando si comincerà a vedere la ripresa. Infatti, sempre secondo le stime ufficiali, la popolazione italiana invecchia, e lo fa rapidamente, senza venire adeguatamente “rimpiazzata”. Infatti già nel 2008 a fronte di 2 milioni di persone giunte all’età pensionabile, solo 1,5 milioni entravano nel mercato del lavoro. Un buco di mezzo milione che viene “riempito” dagli stranieri che lavorano qui, dalle donne e dagli stessi lavoratori “anziani” che rientrano nel mercato.

Di fronte ai dati ci si chiede allora come mai i lavoratori stranieri, la “locomotiva” dell’Italia, restino dei cittadini di serie b (per dirne una, non hanno il diritto di voto). Proprio loro che andrebbero valorizzati come esempio, loro che di certo non sono bamboccioni.

Salute: Il batterio killer che sorprende l’Europa

giugno 4, 2011 § Lascia un commento

Spiazzati. A vedere le reazioni degli organismi europei, dei governi nazionali e anche dei media è questa l’impressione che si ricava. Un batterio, l’escherichia coli, piuttosto conosciuto dai virologi e dai biologi di tutto il mondo. Provoca infezioni all’apparato intestinale e può innescare la meninigite che in alcuni casi porta alla morte. Da molto tempo la medicina ha affrontato e sconfitto questo temibile batterio. Ma adesso ne è apparso uno nuovo, “un ceppo mai visto” dicono all’organizzazione mondiale della sanità, “mutante” lo hanno definito. Molto resistente, molto pericoloso, ha fatto quasi venti morti, e più di 2mila contagiati e non è stata trovata ancora una misura di prevenzione efficace.

Eppure fino a pochi giorni fa sui media italiani e ancor di più nella politica, se ne parlava con un certo “distacco” quasi come se fosse una cosa lontana che stesse accadendo in un altro continente, e non certo a due passi da qui. Qualcuno potrà pensare che forse si è voluto evitare di creare “allarmismo” e inutili preoccupazioni agli italiani. Difficile credere a questa teoria però, basti far scorrere la memoria al 2009, quando il “flagello” della febbre suina doveva abbattersi su tutti noi. Titoli di giornali catastrofistici, “20 morti in Messico, forse è tardi per fermare l’epidemia”, “la febbre arriva in Europa, pronte 40 milioni di dosi di vaccino”, e via discorrendo. Che cosa è accaduto poi? Assolutamente nulla, ci sono stati dei contagiati e qualche morto, tutte persone con gravi patologie alle spalle, tanto che migliaia di scatoloni pieni di vaccino sono stati semplicemente “buttati”. 

Ma come? Ci avevano martellato per mesi, certo poi si è scoperto che il team di esperti dell’Oms che aveva pubblicato rapporti su rapporti, aveva lavorato con la Roche e con le altre case farmaceutiche che producevano il vaccino. E che, guarda caso, ci avevano fatto su un bel pò di soldi: circa 7 miliardi di dollari.

E adesso invece? Adesso niente: nessun team di esperti che annuncia pandemie, silenzio dalle case farmaceutiche, persino i governi minimizzano, mentre la stampa sembra “svegliarsi” solo ora. Ecco forse c’è davvero da preoccuparsi stavolta.

Politica: La Caporetto napoletana del Pdl

giugno 1, 2011 § Lascia un commento

Una “mazzata” così non se la aspettava nemmeno il grande capo, che infatti non la prende benissimo e vaticina: “i napoletani si pentiranno amaramente della loro scelta”. Diciamoci la verità: il Premier, rassegnato allo “scippo” di Milano, aveva puntato tutte le sue residue forze sulla “capitale del Sud”, ma è andata male. Anzi malissimo. Il candidato Gianni Lettieri è stato l’unico dei ballottaggi ad arretrare al secondo turno, mentre il suo avversario quasi lo “doppiava”.

Ma come è potuto accadere? Fino a due mesi fa sembrava una vittoria scontata: il Pd che si “suicidava” con il pasticcio delle primarie, l’impopolarità della Jervolino simbolo di “bassolinismo” di cui i napoletani tutti si erano stancati, Caldoro alla Regione, Cesaro alla Provincia e il Pdl al 40% in Campania. Insomma doveva essere quasi una passeggiata, invece si è trasformato nell’ennesimo incubo del partito della libertà partenopeo.

Esatto: ennesimo. Non dimentichiamo che il centro sinistra governa la città dal 1993 ininterrottamente e anche se De Magistris non si può di certo dire “organico” al Pd, che anzi gli ha remato contro fino al primo turno con Morcone, di certo è molto più vicino alla sinistra partenopea che non alla destra. Dunque in quasi vent’anni il Pdl napoletano non ha saputo mai conquistare la terza città italiana. Certo gli errori di questa campagna sono peculiari: sbagliata la comunicazione, e Velardi lo spin doctor di Lettieri è già stato bollato come “uno ormai in mutande” da Dagospia, sbagliato appoggiarsi a decine di liste e listerelle e non puntare sulla forza del partito, sbagliato appoggiarsi su Berlusconi, ma questa non è certo una colpa di Lettieri, sbagliato sottovalutare l’avversario.

Ma forse bisogna aggiungere ancora qualcosa, una riflessione che non sembra essere scaturita all’interno del centro destra e riguarda proprio la classe politica che ha formato e forma il Pdl campano: se i dirigenti del principale partito di centro destra non riescono a portare uno straccio di risultato in quasi vent’anni dovrebbero a questo punto quanto meno dimettersi. Oppure gli stati maggiori del popolo delle libertà dovrebbero convocare i vari Martusciello, Laboccetta, Cosentino e compagnia “bella” per accompagnarli gentilmente, ma non troppo, alla porta. Hanno fatto il loro tempo, hanno fatto i loro errori, hanno collezionato solo fallimenti, dunque è il momento di cambiare. Dove sono le nuove leve? Chi prenderà in mano le redini di un partito allo sbando?

Dove sono?

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