Lavoro: non ci resta che la flexsecurity?

novembre 15, 2011 § 1 Commento

Certo non è facile parlare di riforma del lavoro, mentre ancora non è chiaro se avremo o no un governo. Ma bisogna provarci. Sopratutto in un momento come questo, con la disoccupazione giovanile al 29,3% e con il Paese impantanato e schiacciato da un debito pubblico “mostruoso”.

Una delle ricette proposte è quella della “flexsecurity” elaborata in un disegno di legge a firma di Pietro Ichino, senatore del Pd. In pratica il giuslavorista propone di eliminare la giungla contrattuale che le riforme del 1997 e del 2003 hanno introdotto, e che ogni ragazzo con meno di trent’anni conosce purtroppo a memoria, e di creare un “contratto unico”, dove la flessibilità non si manifesti all’ingresso, come per il precariato, ma in uscita, con licenziamenti possibili anche solo per motivi economici.

Va dato sicuramente merito ad Ichino di provare a smuovere le paludose acque del dibattito politico italiano, ma la “flexsecurity” rischia di essere non la riforma ispirata al modello danese che vorrebbe il giuslavorista, ma l’ennesimo pasticcio all’italiana, come avvenuto per i contratti a progetto o interinali.

Infatti il progetto prevede che il lavoratore venga assunto sempre a tempo indeterminato e goda immediatamente di tutte le “conseguenze” collegate, come le ferie, ma che al tempo stesso possa poi essere più facilmente licenziato. In cambio si dovrebbe attivare un sistema di “rete sociale di protezione” che permetta un veloce ricollocamento lavorativo, il tutto mentre il soggetto continua a percepire circa l’80% dello stipendio, almeno il primo anno, poi si scende di un dieci per cento per poi concludersi comunque dopo 4 anni l’erogazione.

L’idea di Ichino è quella di eliminare le pesanti disparità che si verificano nel mercato del lavoro attuale dove abbiamo giovani al primo impiego con stipendi bassissimi, ai livelli degli anni 80 come sottolineato dagli studi della Banca d’Italia, nessuna garanzia, pensiamo alla malattia, e “orizzonti” di crescita pressocchè nulli. A fronte dei lavoratori “vecchio modello” che invece appaiono fin troppo garantiti, ma che in realtà non lo sono poichè le aziende chiudono ugualmente e delocalizzano e uno dei motivi è proprio l’elevato costo del lavoro, con questo non intendiamo gli stipendi ma i contributi previdenziali e le tasse, che le imprese devono sostenere.

Dunque la proposta di Ichino parte da una analisi corretta: in Italia il mercato del lavoro è troppo statico e sopratutto diviso in due parti, da un lato del “muro” i precari che rischiano di rimanere tali per sempre, dall’altro gli “inamovibili” che rischiano di essere travolti dalla crisi perchè poco o per niente “elastici”.

Ma la risposta non può essere spostare la precarietà dall’ingresso all’uscita. Quello che dovrebbe accompagnare la riforma del lavoro dovrebbe essere la garanzia di una serie di diritti “minimi” su cui costruire la base di accordi tra aziende e sindacati e la costruzione di una rete di ammortizzatori sociali che andrebbero adeguatamente finanziati. Altrimenti si rischia di assistere ad una triste replica di quanto sperimentato in questi 15 anni.

E qui viene anche in rilievo il ruolo dei sindacati: nella discussione sulla riforma del lavoro sono ancora una volta i grandi assenti. Le organizzazioni dei lavoratori appaiono sempre più lontane dai problemi dei nuovi lavoratori e arroccate su posizioni difensive di chi ha già un posto da almeno una ventina d’anni.

E allora l’augurio di chi scrive e che si possa tornare presto a parlare di una seria riforma del mercato del lavoro che porti all’abolizione del precariato e delle disparità sociali tra nuove e vecchie generazioni. E visto che va tanto di moda proporre la “rottamazione” dei politici, qui si lancia provocatoriamente l’idea di rottamare i sindacati: è arrivata l’ora di cambiare anche per loro.

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