Lavoro: un minimo di reddito

dicembre 22, 2011 § Lascia un commento

Visioni opposte. Uno scontro che si fa sempre più vivace, quello che vede contrapposti i sindacati al neo ministro Fornero. L’argomento del contendere: l’art. 18, ancora, sempre lui. Ma c’è anche qualcos’altro, il titolare del dicastero del lavoro tira dentro il “reddito minimo garantito”.

In Europa c’è, dice, ed è vero, come dimostra una interessante scheda de l’inkiesta, noi con Grecia e Bulgaria siamo gli unici a non averlo istituito, eppure il Parlamento europeo ce lo ha chiesto. Certo, secondo l’economista Tito Boeri, ci costerebbe una decina di miliardi di euro, ma avrebbe il pregio di combattere una povertà, stime Istat: 8 milioni, sempre più diffusa e potrebbe essere una misura di “sollievo” sociale non da poco.

Ma dove cercarli i soldi? Ed ecco ritornare l’art. 18, la Fornero dice: facciamo uno scambio, meno rigidità nel licenziare, più ammortizzatori sociali, altra espressione usata ed abusata, e così siamo tutti contenti. I sindacati si oppongono strenuamente. Ma c’è anche chi, come Cofferati o qualcuno nel Pd, afferma che le due cose c’entrano poco l’una con l’altra, insomma che la relazione non è così evidente. E probabilmente hanno ragione, perchè l’articolo 18 e il progetto di introdurre il famoso “contratto unico” di cui abbiamo parlato anche in questa rubrica, appartengono a due concezioni opposte della politica e del modo di concepire il mondo del lavoro, ma forse c’entra anche qualcosa il reddito minimo garantito.

Infatti da più parti, molti pezzi del Pd ma anche dentro i sindacati, fanno notare che l’istituto della cassa integrazione è ormai un residuato del passato che ha prodotto ne corso degli anni anche delle gravi distorsioni a vantaggio di alcune aziende, pensiamo in particolare alla Fiat, e non certo dei lavoratori. Dunque eliminata la Cig, si troverebbero automaticamente le risorse per introdurre il reddito minimo garantito di cui sopra, giusto ma i lavoratori che vengono licenziati?

E qui rientra il progetto della riforma del lavoro che prevederebbe un bilanciamento: ti ammorbidisco l’articolo 18, ma l’azienda che ti licenzia dovrà pagarti per il primo anno l’80% della retribuzione, per il secondo il 70% e per il terzo il 60%, poi niente più, anche perchè si spera che nel frattempo tu l’abbia trovato un nuovo impiego. Certo siamo al limite: secondo uno studio dell’università di Milano, in Italia un giovane per trovare il primo impiego ci mette circa 33 mesi, una eternità se paragonato ad altri Paesi europri, in Gran Bretagna 5 mesi, ma la riforma del contratto unico e degli ammortizzatori sociali dovrebbe servire proprio a ridurre questi tempi.

Insomma come sempre il tema è complesso e bisogna rifletterci bene, però una posizione di chiusura non fa bene di certo al Paese e di certo alle sue giovani generazioni. Bisogna sperare che i sindacati ci ripensino e si siedano al tavolo con il Ministro Fornero, per far pesare la loro visione e le loro idee, e non sacrificare una riforma necessaria in nome dell’art. 18, perchè anche l’occupazione, il reddito e i diritti di chi entra oggi nel mondo del lavoro rappresentano questioni di civiltà.

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