Rifiuti: tour tossici

febbraio 25, 2012 § Lascia un commento

Appoggio decisamente l’iniziativa presa da CampaniasuWeb di rilanciare il documentario “Toxic tours” girato in Ecuador. Un allucinato, quanto purtroppo reale, viaggio in una terra devastata dall’inquinamento causato dall’estrazione del petrolio. Un “genocidio silenzioso” viene giustamente definito dagli autori del reportage.

Un genocidio compiuto dall’uomo, lentamente, ogni giorno, avvelenando la terra che hai sotto i piedi, appestando l’aria che respiri, alterando l’acqua che bevi. Quello ecuadoregno è solo uno dei tanti casi che si registrano, e che smettono di essere silenziosi proprio quando giornalisti e attivisti denunciano quello che accade, negli ultimi decenni.

Proprio la settimana scorsa l’Espresso ha pubblicato un servizio fotografico girato in Cina nei distretti interni tra le città più industrializzate e inquinate del pianeta. Un paesaggio da incubo che rappresenta un’amara realtà per milioni di persone che ogni giorno vi vivono.

Nell’articolo a corredo del trailer di Toxic Tours, viene detto che il drammatico viaggio ricorda inevitabilmente la sorte toccata al nostro altrettanto martoriato territorio. Così mi è venuto in mente che non troppo tempo fa, grazie all’iniziativa e al coraggio dei ragazzi del Co.Re.Ri. (Coordinamento Regionale Rifiuti) vennero organizzati non uno ma due “Spazzatour”.

Al secondo, nel 2009, partecipai anche io e rileggendo il pezzo, apparso a suo tempo su Left e scritto a quattro mani con Anna Fava, mi rendo conto di quanto siano impressionanti le similitudini. E poco conta che lì è il Sudamerica o la Cina e qui l’Italia. Il genocidio silenzioso non fa distinzioni, è “global” e cinicamente democratico.

Anche se a dirla tutta una differenza c’è: dopo 17 anni di battaglie legali, il popolo ecuadoregno ha ottenuto la condanna del colosso petrolifero Chevron al risarcimento di 9 miliardi di dollari, per i danni causati al territorio. Soldi che serviranno, quando arriveranno, a bonificare il territorio e a cercare di salvare quella terra. Quindi un colpevole è stato trovato e condannato, anche se non li ripagherà dei morti, potranno dire: giustizia è stata fatta.

Noi napoletani invece, chi dobbiamo citare in giudizio? A chi dobbiamo fare causa affinchè sia fatta giustizia?

Lavoro: domande

febbraio 9, 2012 § Lascia un commento

Questo più che un post di informazione, vuole essere la condivisione di una riflessione. Sono piuttosto amareggiato, come molti altri, dalle recenti uscite del Presidente del Consiglio, del Ministro del Welfare e di quello dell’Interno. Che, come tutti sanno, hanno sparato a zero contro giovani e precari, accusandoli praticamente di essere dei bamboccioni illusi perchè aspirano a qualcosa che non avranno mai, ovvero il posto fisso.

Ancora di più, se possibile, mi amareggia quello che è accaduto dopo: le rivendicazioni a colpi di curriculum, delle carriere dei figli dei suddetti ministri “tecnici”, e via discorrendo in una gara a scoprire chi ha il figlio eventualmente più raccomandato. Il tutto, per carità, fa parte di una dialettica democratica e nel contesto della libertà di espressione, ma mi amareggia perchè penso che si stia perdendo di vista il tema principale: come riformare il mondo del lavoro e assicurare maggiori forme di tutela a coloro che ci entrano adesso in questo mondo.

Dispiace vedere che questo Governo, sotto questo profilo, non si sta distinguendo dai precedenti, preso da sterili polemiche con i sindacati e l’opinione pubblica, finendo per creare una sorta  di “muro contro muro” mediatico che non giova assolutamente a nessuno, meno che mai alle giovani generazioni che si aspettano risposte da questo esecutivo e continuano a porre le loro domande: saremo tutelati sul posto di lavoro? La nostra retribuzione sarà adeguata? Avremo una pensione?

Domande non banali, come hanno dimostrato le vicende di questi anni, che ruotano intorno ad uno dei temi più sensibili e avvertiti del nostro Paese. A queste istanze assolutamente legittime in molti cercano di rispondere formulando proposte più o meno condivisibili e articolate, come il progetto di Flexsecurity del professor Ichino di cui si è parlato su questo blog, di cui però la nostra politica pare non aver preso ancora coscienza, e così i nostri sindacati.

Il precariato è un’amara realtà a cui bisogna far fronte e ci si aspetta che chi muove “le leve del potere” affronti l’argomento con serietà e concretezza non solo perchè viviamo in una democrazia basata proprio sul lavoro, come recita la nostra Costituzione, ma anche perchè in passato i contrasti, gli scontri e putroppo anche i morti, basti ricordare i due più recenti: Massimo D’Antona e Marco Biagi, impongono che intorno ai temi del lavoro vi sia un approccio rigoroso e pratico.

Credevo che il tempo delle buffonate mediatiche, “dell’Italia peggiore” (per citare un ex ministro), e della retorica di bassa lega, fosse giunto al termine. Spero di non essermi sbagliato.

 

Rifiuti: le due facce della medaglia

febbraio 6, 2012 § Lascia un commento

La faccia numero uno: quella deprimente del Sistri, una lunga vicenda di rinvii e proroghe, che ho raccontato anche sul blog. Un sistema che doveva definitivamente risolvere il problema dei trasporti abusivi di rifiuti tossici, attraverso un complesso sistema di controllo satellitare che avrebbe dovuto monitorare gli autoarticolati addetti al trasporto dei rifiuti. Quelle tristemente note “processioni” di camion che negli anni 90 e ancora adesso, anche se in misura minore, attraversano lo stivale da Nord a Sud con il loro carico di veleni.

Doveva entrare in funzione nel 2010 e l’allora Ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, ci credeva a tal punto da far eliminare nel decreto rifiuti del dicembre 2010 persino alcune norme che riguardavano la “tracciabilità cartacea” della tipologia dei rifiuti. Poi però una serie di continui rimandi, fino al giugno del 2011, avevano di fatto reintrodotto la vecchia tipologia dei controlli, in attesa che il Sistri entrasse finalmente in funzione. Ad un certo punto, agosto, sembrava che il progetto, costato milioni di euro, dovesse essere definitivamente abbandonato. Ma il nuovo Governo lo ha “resuscitato” promettendo la sua messa in funzione entro giugno 2012. Addirittura il Sistri si è aggiudicato “l’innovation award” del 2012 assegnato dal colosso americano Cisco alle tecnologie più innovative. Un premio che sa di incoraggiamento, o forse di beffa, dato che per alcuni esperti del settore, il sistema di monitoraggio dei rifiuti è complicato, rischia di andare facilmente in tilt e sopratutto i costi del montaggio dei rilevatori sui camion è a carico delle aziende che dovrebbero anche “controllare” che non vi siano camion “fuorilegge”.

In attesa di vedere se il sistema entrerà mai in funzione, possiamo consolarci con l’altra faccia della medaglia, rappresentata dal  “drone di Massimiliano Lega, che ha messo appunto un veivolo senza pilota, o meglio il pilota lo controlla da terra con un visore 3d e un telecomando, che è un vero e proprio “laboratorio volante”. Costato alcune decine di migliaia di euro e messo a punto da “un cervello di ritorno” (Lega insegnava in California, ha deciso di tornare qui), comprende un sistema Gps, tre accelerometri che lo mantengono sempre in orizzontale, un sistema di visione 3d e una serie di sensori in grado di captare alterazioni chimiche elaborate da un sistema di trasmissione dati che comunica con “la base”.

Il drone ha suscitato l’interesse della Nasa e per ora è solo un prototipo, ma la guardia costiera lo sta già utilizzando per scoprire gli sversamenti di rifiuti o carburanti in mare o nei canali campani. Il drone potrebbe essere utilizzato per scoprire discariche abusive e i punti di origine della contaminazione delle acque.

La Guardia Costiera è entusiasta dell’invenzione e ha dichiarato che il drone potrebbe rappresentare una rivoluzione nel monitoraggio ambientale con risultati di enorme precisione, tali “che solo i satelliti possono arrivare a tanto” con costi molto inferiori. Basta non dirlo a quelli del Sistri.

Rifiuti: il complotto

febbraio 1, 2012 § Lascia un commento

Mi ha molto colpito un recente reportage del corrispondente del quotidiano inglese Indipendent, Peter Popham. Il quale si è recato nel famoso “triangolo della morte” o “terra dei fuochi”, per approfondire la questione dei rifiuti tossici. Già molto si è detto e si è scritto in merito, e l’articolo del giornalista britannico non aggiunge nulla di particolarmente innovativo.

Viene raccontato infatti, come il territorio compreso tra Nola, Marigliano ed Acerra sia caratterizzato dall’alta incidenza tumorale, il 30% in più della media nazionale per le leucemie, il doppio dei casi di cancro alla vescica, Popham incontra i “sopravvissuti”, medici, familiari, persone comuni, normali con storie drammatiche di lutti e malattie.

Ancora una descrizione dei Regi Lagni, del territorio devastato e delle bonifiche che cominciano timidamente ad essere effettuate, pure se tra ritardi e con il contagocce, cosa che, lo stesso giornalista deve ammettere, non si sa se avrà un effetto benefico sul territorio, dato che lo stesso dovrebbe essere “sorvegliato” e recintato. Questo anche perchè, come si ripete da anni, le infiltrazioni nelle falde acquifere dei veleni prodotti dagli sversamenti dei rifiuti tossici sono probabilmente la più pericolosa forma di inquinamento per gli abitanti di quel territorio e non solo.

E nemmeno innovative sono le “solite”, ma ci tengo a precisarlo: meritate, critiche all’assenza dello Stato, al lassismo legislativo, alla mancanza di controlli, tipiche di un’Italia ormai ampiamente screditata a livello internazionale e non solo a causa dei rifiuti.

E allora cosa mi ha colpito dell’articolo di Popham? Due considerazioni che fa il giornalista e che sento di condividere. La prima riguarda l’atteggiamento della popolazione, a parte alcuni virtuosi casi, il giornalista si rende conto di come in assenza di chilometri di rifiuti buttati sulle strade, immagini note in tutto il mondo, la popolazione sembra non interessarsi più del problema, quasi come se non sedesse su di una “bomba ecologica” che non è stata mai disinnescata. “Occhio non vede, cuore non duole” verrebbe quasi da dire, ma il britannico corrispondente insiste: sembra quasi che ci si sia rassegnati a vivere in questo luogo, ad accettare le morti per cancro, a sopportare una situazione altrove ritenuta intollerabile. Ovviamente Popham non può indagare tutti i motivi di questo “atteggiamento”, che sono tanti, ma l’impressione che resta è quello di un Paese “arreso”.

Infine il giornalista se la prende con “l’arte del complottismo” che tanto piace agli italiani, di cui, scrive lui, sembra quasi che non se ne possa fare a meno. Le persone con cui parla gli narrano di oscure trame massonico criminali, con dentro la solita dose di servizi deviati, politici e loschi faccendieri, a cui Popham non sembra minimamente credere, anche per mancanza di prove dirette.

La cosa lo stupisce non poco e lo induce a pensare che anche chi è in buona fede e combatte contro la devastazione del territorio perda un sacco di tempo a immaginare, raccontare, cercare di provare complotti degni dei peggiori film di spionaggio, quando forse, sembra suggerire, sarebbe molto più facile affrontare la realtà. Ovvero che se oggi ci troviamo in un territorio stracolmo di veleni tossici sversati dalla malavita organizzata e prelevati nel Nord Italia, la colpa è anche nostra, inteso come società tutta. E va vista nelle piccole collusioni come in quelle grandi, nei favori fatti e in quelli pretesi, nel silenzio e nella rassegnazione, appunto.

Alla fine dell’articolo mi è rimasto in bocca un sapore amaro, ma non posso non condividere alcune delle cose scritte dal giornalista britannico, e non per un vago senso di “esterofilia”, ma semplicemente perchè a volte l’opinione di chi vede con “occhi diversi” la nostra situazione può essere costruttiva, anche se sulle prime fa male. Molto male.

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