Rifiuti: il complotto

febbraio 1, 2012 § Lascia un commento

Mi ha molto colpito un recente reportage del corrispondente del quotidiano inglese Indipendent, Peter Popham. Il quale si è recato nel famoso “triangolo della morte” o “terra dei fuochi”, per approfondire la questione dei rifiuti tossici. Già molto si è detto e si è scritto in merito, e l’articolo del giornalista britannico non aggiunge nulla di particolarmente innovativo.

Viene raccontato infatti, come il territorio compreso tra Nola, Marigliano ed Acerra sia caratterizzato dall’alta incidenza tumorale, il 30% in più della media nazionale per le leucemie, il doppio dei casi di cancro alla vescica, Popham incontra i “sopravvissuti”, medici, familiari, persone comuni, normali con storie drammatiche di lutti e malattie.

Ancora una descrizione dei Regi Lagni, del territorio devastato e delle bonifiche che cominciano timidamente ad essere effettuate, pure se tra ritardi e con il contagocce, cosa che, lo stesso giornalista deve ammettere, non si sa se avrà un effetto benefico sul territorio, dato che lo stesso dovrebbe essere “sorvegliato” e recintato. Questo anche perchè, come si ripete da anni, le infiltrazioni nelle falde acquifere dei veleni prodotti dagli sversamenti dei rifiuti tossici sono probabilmente la più pericolosa forma di inquinamento per gli abitanti di quel territorio e non solo.

E nemmeno innovative sono le “solite”, ma ci tengo a precisarlo: meritate, critiche all’assenza dello Stato, al lassismo legislativo, alla mancanza di controlli, tipiche di un’Italia ormai ampiamente screditata a livello internazionale e non solo a causa dei rifiuti.

E allora cosa mi ha colpito dell’articolo di Popham? Due considerazioni che fa il giornalista e che sento di condividere. La prima riguarda l’atteggiamento della popolazione, a parte alcuni virtuosi casi, il giornalista si rende conto di come in assenza di chilometri di rifiuti buttati sulle strade, immagini note in tutto il mondo, la popolazione sembra non interessarsi più del problema, quasi come se non sedesse su di una “bomba ecologica” che non è stata mai disinnescata. “Occhio non vede, cuore non duole” verrebbe quasi da dire, ma il britannico corrispondente insiste: sembra quasi che ci si sia rassegnati a vivere in questo luogo, ad accettare le morti per cancro, a sopportare una situazione altrove ritenuta intollerabile. Ovviamente Popham non può indagare tutti i motivi di questo “atteggiamento”, che sono tanti, ma l’impressione che resta è quello di un Paese “arreso”.

Infine il giornalista se la prende con “l’arte del complottismo” che tanto piace agli italiani, di cui, scrive lui, sembra quasi che non se ne possa fare a meno. Le persone con cui parla gli narrano di oscure trame massonico criminali, con dentro la solita dose di servizi deviati, politici e loschi faccendieri, a cui Popham non sembra minimamente credere, anche per mancanza di prove dirette.

La cosa lo stupisce non poco e lo induce a pensare che anche chi è in buona fede e combatte contro la devastazione del territorio perda un sacco di tempo a immaginare, raccontare, cercare di provare complotti degni dei peggiori film di spionaggio, quando forse, sembra suggerire, sarebbe molto più facile affrontare la realtà. Ovvero che se oggi ci troviamo in un territorio stracolmo di veleni tossici sversati dalla malavita organizzata e prelevati nel Nord Italia, la colpa è anche nostra, inteso come società tutta. E va vista nelle piccole collusioni come in quelle grandi, nei favori fatti e in quelli pretesi, nel silenzio e nella rassegnazione, appunto.

Alla fine dell’articolo mi è rimasto in bocca un sapore amaro, ma non posso non condividere alcune delle cose scritte dal giornalista britannico, e non per un vago senso di “esterofilia”, ma semplicemente perchè a volte l’opinione di chi vede con “occhi diversi” la nostra situazione può essere costruttiva, anche se sulle prime fa male. Molto male.

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