Rifiuti: Catena di montaggio

aprile 24, 2012 § Lascia un commento

L’Ispra (istituto per la protezione ambientale) ha diffuso i dati sulla produzione di rifiuti speciali, di origine industriale, per l’anno 2009: 130 milioni di tonnellate. Una cifra incredibile se solo si pensa che in Italia il totale dei rifiuti solidi urbani non supera le 40 milioni di tonnellate. In pratica il triplo.

E’ dunque evidente che il vero problema sta lì, nei sistemi industriali che concorrono a creare questa enorme massa di rifiuti pericolosi, e anche se la maggior parte proviene dal settore dell’edilizia, non si può non menzionare la quantità enorme di scarti che provengono dal ciclo metallurgico o dalle aziende farmaceutiche. E smaltire quei rifiuti non è affatto semplice come sappiamo bene in Campania.

I primi processi, nati da indagini come Cassiopea, sul traffico illecito di rifiuti pericolosi e tossici avevano messo in evidenza proprio questo meccanismo, come nel caso della Nuova Esa di cui ho già parlato, migliaia di tir carichi di veleni, ma con “bolle di accompagnamento” riferibili a rifiuti inerti, sono scesi per tutti gli anni novanta, e oltre, dal Nord verso la Campania, e non solo, dove la malavita organizzata si è adoperata per far “sparire” questa munnezza sotto il tappeto dei migliaia di ettari di campi, cave dismesse e terreni incolti della nostra Regione.

La camorra infatti, lo aveva capito fin dalla fine degli anni 70: il vero problema del ciclo industriale italiano era lo smaltimento dei rifiuti derivati dalla produzione che risultava essere molto costoso anche a fronte della peculiarità dei modelli produttivi che non prevedevano alcuno sviluppo o investimento nella riduzione degli scarti risultanti dai processi industriali.

E non sono bastati, evidentemente, i casi clamorosi dell’Enichem di Priolo o dell’Eternit piemontese a far capire che se si vuole davvero preservare l’ambiente bisogna intervenire a monte, colpendo le aziende che non prevedono di smaltire o recuperare i propri rifiuti in maniera efficiente.

Anzi da più parti si nota con preoccupazione che il Ministro Clini sembra avere imboccato la strada opposta: è allo studio un disegno di legge che permetta, sopratutto ai cementifici, di utilizzare “combustibile secondario” nel ciclo produttivo del materiale. Ovvero, rifiuti speciali, bisognerà capire di che tipologia, utilizzati come “carburante” per la produzione di cemento.

Il Ministro forse pensa in questa maniera di ridurre il carico, pesantissimo, dei 130 milioni di tonnellate, ma siamo proprio sicuri che bruciare rifiuti speciali per fare cemento sia proprio la soluzione giusta?

Rifiuti: American Way

aprile 11, 2012 § 1 Commento

Devo dire la verità, volevo chiamare questo post “New Amsterdam”, però poi ho pensato che sarei stato troppo negativo, e ora vi spiego perchè. Come tutti sapete in questi giorni viviamo la frenesia delle gare dell’Americas’cup, della nuova ztl e degli eventi che si susseguono nel programma.

Il tutto, devo essere sincero, sembra davvero aver ridato una certa energia alla città alla quale, aldilà della sterile polemica sui ritorni “economici” calcolati con il bilancino, mancava davvero un evento alla sua altezza, intendo come capitale del Mediterraneo. Benissimo, penserete voi, ma cosa c’entra tutto questo con i rifiuti?

C’entra anche questa volta, perchè c’è un sottile filo che collega Napoli, sede del round attuale, e San Francisco, che nel 2013 ospiterà la fase finale; un filo ideale, che molti partenopei vorrebbero veder realizzato nei prossimi anni. Diverso tempo fa, infatti, si parlò molto della metropoli americana, lo feci anche io sul mio blog, perchè il Sindaco di Roma, e non era nemmeno il primo amministratore italiano a visitarla, vi si era recato per capire come facesse una grande città, il territorio della baia conta quasi sette milioni di abitanti, ad arrivare al 70% di differenziata senza utilizzare inceneritori, ma grazie a macchine in grado di “riconoscere” la spazzatura e separarla ulteriormente (dopo il primo fondamentale lavoro svolto dagli stessi cittadini), con una giunta e un Sindaco orgogliosi di annunciare che l’obiettivo “2020: zero waste” (zero rifiuti entro il 2020) poteva essere raggiunto, non era più un’utopia (infatti l’articolo è del giugno 2011, ma già Riccardo Iacona nel suo “Presa diretta” ne aveva parlato all’inizio del 2012 e San Francisco aveva nel frattempo raggiunto già il 74% di riciclata).

Ovvio che Napoli, il cui Sindaco meritoriamente si oppone all’inceneritore, che ha vissuto sulla propria pelle il vergognoso susseguirsi delle “emergenze” e si è ritrovata soffocata dai rifiuti urbani, oggi debba prendere a modello la città americana. L’obiettivo è ancora molto lontano, orbitiamo ancora tra il 20% e il 22% di differenziata, ma i risultati del porta a porta nei quartieri in cui è stata avviata sono molto incoraggianti. Allora per una volta seguiamo l’american way of life: poniamoci anche noi l’obiettivo di arrivare a “zero waste” e sopratutto crediamoci, come hanno fatto a San Francisco.

New Amsterdam era il nome di New York, a proposito di cose americane, che la città ha avuto dalla sua fondazione, nel 1624, fino a quando non è stata ceduta agli inglesi, circa 50 anni dopo. Un filo, anzi una rotta marittima, ci lega anche all’Olanda, dove trasportiamo i rifiuti che non siamo in grado di smaltire e che rappresentano per noi i “viaggi della vergogna”. Ecco quel filo invece dovremmo proprio spezzarlo.

Lavoro: Gattopardi

aprile 6, 2012 § Lascia un commento

La grande riforma del lavoro. Addirittura “storica” per il Governo dei tecnici. “Equilibrata” la definiscono dalle macerie di ciò che resta della sinistra italiana. “Pessima” chiosa Confindustria. Ma probabilmente l’aggettivo che meglio si attanaglia alla legge è “inutile”. Questo disegno di legge non sposta in nessuna direzione il mercato del lavoro ed anzi finisce per essere il classico “scaricabarile”.

Gli unici che probabilmente verranno realmente beneficiati dalla riforma sono gli avvocati del lavoro: a loro toccherà sbrigare un contenzioso che prevedibilmente crescerà quantitativamente e qualitativamente. L’aver reintrodotto il reintegro per il motivo economico, di cui i giudici dovranno stabilire la sussistenza, attraverso la riformulazione della norma è un messaggio molto chiaro al Paese che dice: siamo un Governo di tecnici, non abbiamo nè il consenso popolare, nè quello delle organizzazioni sociali (leggasi anche “lobby”), per cui volevamo fare una riforma del lavoro ma ci limitiamo a scaricare tutto il peso di ridefinire la disciplina dei licenziamenti sulla magistratura, a cui toccherà il gravoso compito di stabilire i “paletti” di liceità dei licenziamenti.

E poco importa se questo aumenterà la confusione intorno ad una materia tanto fondamentale, sul lavoro si fonda la nostra democrazia, l’importante è che ognuno, sindacati, partiti, industriali, abbia potuto dire la sua e ottenere qualcosa, e se poi questo “Frankenstein” giuridico non funzionerà, non sarà, come sempre, colpa di nessuno.

Tanto anche questa volta il conto più salato lo pagano i giovani: anche la sbandierata “regolarizzazione” in entrata è andata a farsi benedire. Niente motivazione ai contratti a tempo determinato, per cui le aziende continueranno ad assumere “tappabuchi” e non faranno formazione, a dir poco vergognosa la moratoria sulle Partite Iva. Ne abbiamo già parlato anche in questa rubrica, la dissimulazione di un contratto di lavoro subordinato, a tutti gli effetti, attraverso l’attivazione di una Partita Iva che ha in realtà un solo soggetto nei confronti del quale si fattura, ovvero il datore di lavoro, con la conseguente eliminazione di qualunque diritto, ferie, permessi, straordinari solo per citarne alcuni, è una vera e propria “piaga” che colpisce le fasce di lavoratori giovani.

Ma anche qui è mancato il coraggio e quindi anche quando la riforma sarà entrata a pieno regime al massimo le “finte” partite iva potranno essere convertite in rapporti lavorativi temporanei, come i famigerati co.co.co., e non certo in un rapporto di lavoro dipendente, anche se magari va avanti da anni.

Insomma questa riforma rischia, come in effetti prospettato da diverse parti, di non generare nuove assunzioni, o meglio di continuare a sostenere un forte precariato anche economicamente povero, e di aumentare i licenziamenti, con il risultato di far rallentare ulteriormente la già compromessa economia italica.

Su un tema importante come il mercato del lavoro, il Governo dei tecnici ha scelto di rifarsi alla lunga tradizione del Belpaese di democristiana memoria: bisogna che tutto cambi perchè tutto resti com’è.

 

Cinema: La verità impossibile di Piazza Fontana

aprile 2, 2012 § Lascia un commento

Ancora prima che uscisse “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, ha provocato le reazioni più disparate: decine di articoli, penso solo per citarne due a quelli di Stajano sul Corsera e Scalfari su Repubblica, Adriano Sofri che addirittura scrive un “istant book” per riaffermare la “sua” verità su quello che accadde in quei tumultuosi anni, il figlio del Commissario Calabresi, oggi direttore de La Stampa, che aggiunge considerazioni personali alla visione della pellicola.

Non vi era dubbio che questo film avrebbe fatto discutere, e questo non è detto che sia un male, anzi, però credo che ad essere stato sottovalutato sia proprio il titolo che funge da chiave di lettura: “romanzo di una strage”. Giordana quindi non si propone di realizzare un documentario, o una inchiesta sugli avvenimenti milanesi, ma vuole rileggere, come in un libro, il clima e i personaggi, nel tentativo di dare un insieme coerente.

Impegno notevole se solo si pensa alla sterminata letteratura, alle inchieste giornalistiche e ai processi che si sono susseguiti negli anni, ben sette, e che si sono conclusi nel peggiore dei modi: non esiste un colpevole per quella strage e Giordana lo rimarca alla fine del film. Nessuna verità giudiziaria, nessuna verità?

Difficile dirlo, e lo stesso regista rischia di “avvitarsi” quando mette in scena la teoria delle due bombe: quella anarchica, che sarebbe però frutto di fascisti infiltrati con il beneplacito dei servizi segreti, e quella nera, ed ecco le frange venete dell’estremismo di destra anche queste appoggiate o “coperte” da apparati dello Stato, che a molti sembra troppo “fantasiosa”.

Eppure stiamo parlando di un Paese nel quale vi era una struttura “segreta” para militare, o sarebbe meglio dire semi ufficiale, la “Gladio” con basi sparse in tutta Italia costruite per far fronte ad una “invasione” comunista, che si sarebbe potuta manifestare anche con la salita al potere del Pci, da respingere con le armi e con la forza. Struttura di cui nel 1990 lo stesso Andreotti riconobbe l’esistenza, e di cui nella pellicola di Giordana, vediamo un “bunker” a cui avrebbero attinto, per gli esplosivi, proprio i terroristi neri veneti.

Una scena quasi “secondaria” nel film ma di grande valore. Il militare che dice al commissario Calabresi, “sa che cosa ho fatto io quando ho trovato questa? Niente, faccio finta di non sapere, non so” è davvero sintomatica di come in quegli anni una parte dello Stato sapesse cosa combinava e cosa ordiva un’altra parte delle istituzioni ma “occhio non vede e cuore non duole”.

Ancora, il giudice Paolillo, inizialmente incaricato di indagare sulla strage, incontra Calabresi e gli dice: “vede il poster ritrovato vicino al luogo dell’esplosione? E’ servito per incriminare gli anarchici, ma io l’ho fatto analizzare ed è stato stampato dall’Aginter Press”. E si resta ovviamente sconcertati a pensare che un poster stampato probabilmente in Portogallo nella sede di quella che è stata considerata una “internazionale nera” di fascisti europei, che raccoglieva dossier su molti personaggi politici e vicini alla sinistra extraparlamentare europea, venisse trovato proprio a due passi dal luogo dove tutto comincia, dove si mette in moto la terribile macchina chiamata “strategia della tensione”.

Fantasia o realtà? Difficile dirlo, difficile crederci eppure tre giornalisti italiani: Incerti, Ottolenghi e Raffaelli, hanno potuto fotografarne i documenti, dopo il colpo di stato portoghese nel 1974, hanno tentato di ricostruirne l’attività, seppure solo parzialmente, e quello che ne viene fuori è terribile, drammatico, incredibile. I servizi segreti di mezza Europa, parte della Nato e dei servizi americani, hanno per anni coperto e finanziato le peggiori organizzazioni terroristiche di neo fascisti, per contrastare l’apertura a sinistra certo, ma forse anche per finalità legate ad un potere personale e per nulla democratico.

Alla fine della proiezione resta l’amarezza, la stessa che viene magistralmente interpretata da un Gifuni/Moro, di colui che sa ma che non può intervenire a meno di non distruggere la cosa in cui più crede: l’Italia. Un Moro che agisce con cinismo ma anche con la consapevolezza che i compromessi sono l’unica via per uscire dalla follia che lo circonda e che finisce per chiedere di essere egli stesso “vittima” per espiare le colpe sue e di una democrazia incompiuta. Verrà tragicamente accontentato dopo qualche anno.

In questa drammatica vicenda che è la storia del nostro Paese, ognuno ha i suoi ricordi, ognuno ha qualcosa da rettificare, però, mi chiedo, chi invece quell’epoca non l’ha mai vissuta? Che cosa resta ad un ragazzo di vent’anni dopo aver visto questo film? dopo aver letto magari decine di libri sull’argomento? dopo 40 anni di silenzi, di bugie, di imbarazzanti sentenze, che Paese hanno gli hanno consegnato? Quale Italia?

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