Lavoro: causa ed effetto

luglio 27, 2012 § Lascia un commento

Mentre la crisi finanziaria, ormai risalente al “lontano” 2008, si abbatte a folate sul continente europeo e sull’Italia, c’è chi si concentra sulla famosa “economia reale”, diffondendo dati noti (anzi notissimi) da tempo. La Banca d’Italia, con una lungimiranza che raramente gli viene riconosciuta, continua a descrivere l’evoluzione, in atto si ripete già da anni, del nostro sistema economico. Il posto fisso? Non esiste più, meno del 20% di chi entra nel mercato del lavoro, la fascia 18-34, ha un contratto a tempo indeterminato. Ormai a farla da padrone sono i vari contratti a termine o di somministrazione (compreso lo staff leasing e il contratto a chiamata).

E’ un bene? E’ un male? E’ la realtà. E solo ora gli attori principali del mondo del lavoro, ovvero i sindacati, paiono rendersi conto che tra 5 o 10 anni al massimo la maggioranza della popolazione attiva sarà formata da persone con questi tipi di contratti e sopratutto con questo “approccio” al mondo del lavoro. Ovviamente alla diffusione di questi dati vi sono state diverse reazioni, ma ho trovato interessante quella del collettivo “San precario” sul Fatto Quotidiano.

Flexsecurity? no grazie“. Ora aldilà del titolo, sembra di poter condividere due assunti di fondo: il primo è superare la precarietà, il secondo è che la riforma del lavoro in questo senso non fa nessun passo avanti. Condivido pienamente la seconda affermazione, come ho scritto anche nel precedente post (“il contentino”), e ovviamente anche la prima è condivisibile, e il collettivo parla di una “secur flexibility” per arrivare ad una politica del lavoro in due tempi: flessibilità e garanzie all’inizio e posto fisso poi.

Non sono d’accordo. Se è evidente a tutti che il mondo del lavoro oggi non è più quello dei contratti a tempo indeterminato, se è altrettanto evidente che “indietro non si torna” ma si deve guardare avanti, allora le due cose più sensate da fare sono: dare un vero quadro normativo e di diritti alla flessibilità, aumentare sensibilmente il livello degli stipendi.

E’ innegabile infatti, che la mancanza di tutele e di una reale “organicità” delle regole che dovrebbero gestire le nuove forme contrattuali e stipendi da fame sono i veri problemi dell’economia reale.

Se non c’è crescita economica, se l’Italia si sta avvolgendo in una pericolosa spirale di stagflazione, colpa è (anche) dell’attuale assetto del mondo lavorativo. Se un giovane lavora poco e male, guadagnando una miseria, come farà a vivere ad andare a vivere da solo? Come farà a mettere su una famiglia? O semplicemente farsi una vacanza? (Sembrano banalità, ma sono tutti punti del “sacro” Pil, che senza i consumi sta lì al palo).

Quindi vi è bisogno non solo che oggi il lavoro flessibile sia davvero tutelato (e intendo dire che alle tipologie contrattuali vadano applicate le stesse regole che valgono per i contratti a tempo indeterminato: ferie, maternità, permessi ecc.), ma anche che sia meglio remunerato. Altrimenti di cosa camperebbe poi il cittadino che si ritrova a cercare lavoro tra un contratto e l’altro?

Il costo del non lavoro non va scaricato sulla società o sullo Stato (o sulle famiglie), ma su coloro che dal “non lavoro” traggono vantaggio: le aziende. Che quando non assumono hanno costi inferiori, ma quando danno lavoro lo devono pagare, e più questo lavoro gli permette di non avere “impegni” (il tempo indeterminato), più deve essere remunerato.

Invece l’Istat ci fa sapere che la “media” degli stipendi degli italiani, basata anche su quelli dei dipendenti, è quasi la stessa di dieci anni fa: 29 euro in più per essere esatti. Qui sta il cuore del problema, e a me sembra che invece tutti continuino ad essere concentrati sul problema “precarietà/stabilità”, ma mi domando: a che serve avere il posto fisso se poi guadagni mille euro al mese?

Rifiuti: causa ed effetto

luglio 26, 2012 § Lascia un commento

Da qualche giorno sembra essersi riacceso l’interesse, a livello nazionale, per la questione dei rifiuti tossici in Campania. Uno studio dell’Istituto Pascale ha messo in evidenza come nelle zone tra il casertano e la Provincia di Napoli vi sia un incremento delle neoplasie venti volte superiore che nel resto d’Italia. Insomma mentre in tutto il Paese i tumori sembrano fortunatamente diminuire, in quella vasta area che va dal capoluogo campano alla “terra di lavoro”, le diagnosi su manifestazioni cancerogene aumentano sempre di più.

A condurre lo studio è stato il dottor Maurizio Montella, che ho incontrato 6 anni fa e già allora mi parlò di un primo studio iniziato nel 1998 e che già all’epoca aveva cominciato a dare risultati non in linea con quel che succedeva nel resto d’Italia. E già allora c’era un però, ed era la difficoltà per Montella, e gli altri oncologi del Pascale, di poter effettuare la ricerca in maniera più ampia e sopratutto con il “conforto” e la copertura del servizio nazionale (ovvero l’Istituto Superiore di Sanità). Invece da quelle parti non sembravano sentirci poi tanto bene.

Dopo più di un lustro ci risiamo: i medici napoletani lanciano l’allarme, rifiuti tossici e tumori sono in correlazione, fino a che punto l’incidenza di sostanze velenose sia determinante per lo sviluppo di forme tumorali è ancora da determinare, ma è innegabile che la presenza nelle acque e nei terreni di sostanze quali il pcb (molto diffuso) sia sempre accompagnato da un aumento proporzionale delle diagnosi tumorali.

Al grido di allarme e di dolore partito da Napoli rispondono i “pompieri” nazionali. Infatti subito sul Corriere della Sera è apparso un articolo dove responsabili dell’ISS (istituto superiore di sanità) si affrettano a spiegare che “forse” c’è una correlazione, ma non si può essere sicuri. Che certo è vero nel casertano l’incidenza tumorale è molto alta, che si in alcune zone del Veneto e della Sardegna dove ci sono scarichi di industrie chimiche o di idrocarburi si registrano aumenti di questo tipo di malattie, “ma è ancora presto per dirlo con precisione scientifica”.

E sapete perchè è presto? Perchè il progetto del ISS è partito da quattro anni. Ora mi chiedo se il Pascale, ma non è certo l’unico istituto a farlo, sta monitorando e tentando di raccogliere più dati possibili da 15 anni, perchè l’ISS non ha utilizzato anche quella documentazione? Perchè il progetto è partito solo 4 anni fa?

Intanto i roghi continuano a flagellare con le loro nubi nere e appiccicose le terre campane e ora, solo ora, il Ministro della Salute Balduzzi ha deciso di acquisire il fascicolo con la ricerca di Montella e di “monitorare” ciò che sta accadendo nella Regione. Meglio tardi che mai verrebbe da dire. Ma la paura, che purtroppo è sempre la solita paura, è che una volta passato il clamore, l’attenzione mediatica e le polemiche, torni a scendere una cappa di silenzio sulla terribile situazione che la popolazione dell’agro casertano sta vivendo. Una cappa nera e appiccicosa.

Rifiuti: la blatta e la cicala

luglio 13, 2012 § Lascia un commento

Qualche settimana fa avevo previsto che i prossimi mesi sarebbero stati duri per la città a causa delle “non decisioni” prese finora nell’affrontare la questione dei rifiuti. In questi giorni quasi a simboleggiare un “monito” sui rischi sanitari e ambientali legati alle questioni dei rifiuti e delle bonifiche del territorio sono comparse centinaia di blatte.

Certo non bisogna cadere nella retorica dei facili allarmismi: non siamo certo invasi da eserciti di insetti come se fossimo in un film horror di serie b, ma è comunque interessante notare le reazioni, alcune vicine al panico, di parte della cittadinanza e della opinione pubblica. Eppure mi sorprendo a pensare che tali preoccupazioni non si spingono oltre il momento e se domani le odiose blatte sparissero come richiamate da un novello pifferaio, nessuno, nell’arco di un paio di giorni, se ne preoccuperebbe più. E questo sarebbe un errore.

Come è un errore sottovalutare o peggio, ignorare il problema dei rifiuti e del disastro ecologico che ci circonda. Simili a cassandra voci autorevoli, di certo più del sottoscritto, continuano imperterrite a sollecitare interventi per evitare l’aggravarsi di una situazione della quale non conosciamo le possibili conseguenze. Terreni inquinati, montagne di rifiuti e di ecoballe, depuratori al collasso, aziende partecipate e private di raccolta della spazzatura al collasso economico, è di poco tempo fa la notizia del crack di Enerambiente, eppure questi temi non sembrano appassionare.

Oltretutto proprio in questi giorni arrivano segnalazioni continue, l’ultima circa 48 ore fa, di continui roghi che si stanno verificando nell’agro casertano e nella provincia di Napoli. Nubi nere e tossiche che sorvolano il cielo sopra Acerra, Afragola, Frattamaggiore, Casoria ed altre cittadine della sconfinata area urbana dell’hinterland partenopeo. Nubi che potrebbero diffondere sostanze pericolose per chi le respira altro che un centinaio di insetti che infestano le strade cittadine.

Ma si sa questo più che il Paese delle blatte è quello delle cicale.

 

Lavoro: Il contentino

luglio 5, 2012 § Lascia un commento

Finalmente, dopo mesi e mesi di discussioni, ripensamenti, scioperi, scontri politici, la riforma del lavoro è diventata legge. E come era facilmente prevedibile nessuno è realmente soddisfatto del testo approvato. C’è chi ha detto che si tratta di una boiata e chi vi ha visto il classico topolino partorito dalla montagna.

A guardarla da un certo punto di vista, ovvero quello dei giovani, questa riforma rispecchia esattamente le condizioni particolari, politiche e sociali, nelle quali è stata concepita: non c’è organicità, non si intravede un obiettivo reale al quale la legge punti e sopratutto manca totalmente di coraggio. Inevitabile quando a scriverla e a votarla è stato un Governo non eletto, appoggiato da una “non maggioranza”, con il “non contributo” delle organizzazioni sociali come Confindustria e i Sindacati.

Non si è riusciti a ridisegnare il mondo del lavoro e a riscriverne le regole per ottenere un modello che sopratutto sia più dinamico e più equo per le nuove generazioni alle prese con il primo impiego. E così ci si deve “accontentare” di qualche piccola concessione e del tentativo di “limare” alcune delle più clamorose storture che la cattiva applicazione della Legge Biagi, o meglio la cattiva traduzione in legge del progetto del professore, e anche del pacchetto Treu hanno generato.

Prima di tutto c’è una lieve stretta sulle Partite Iva, vera e propria “pietra dello scandalo”, se fatturi per più di 8 mesi consecutivi in un anno solare ad un solo soggetto (il datore di lavoro dissimulato) o più dell’80% di quanto fatturato proviene da una sola fonte, allora siamo di fronte ad un contratto di lavoro subordinato (oppure co.co.co.) e non certo alla prestazione di un professionista autonomo. Si poteva fare di più, ad esempio sanzionando le aziende che ricorrono a tale strumento, ma siamo almeno di fronte ad un primo passo.

Stesso discorso per il salario minimo per i co.co.co. e i co.co.pro., ammettere che vi era esigenza di una norma che stabilisse che un lavoratore a progetto debba prendere almeno il minimo salariale previsto dai contratti collettivi nazionali delle corrispondenti figure con contratti subordinati, è più o meno dichiarare che fino ad oggi si era perfettamente consapevoli di una situazione di “sfruttamento legalizzato” a cui si cerca così di mettere una piccola pezza, tanto per far risultare che anche i precari a progetto prendono uno stipendio quanto meno decente. Lo sforzo fatto dal Governo in questa direzione è davvero minimo, non so dire se per totale mancanza di sensibilità verso i giovani o per i paletti voluti dall’area Pdl e Confindustria, e anche di breve portata.

Sicuramente più efficace la norma che riconsidera i criteri per il calcolo del computo dei 36 mesi. In pratica se prima un lavoratore superava tale periodo temporale sommando i contratti a tempo determinati stilati con il medesimo datore di lavoro doveva essere assunto a tempo indeterminato, ma non così era se i 36 mesi erano raggiunti sommando contratti a tempo determinato e contratti di altra natura, come i co.co.co. ad esempio. Ora invece in qualunque forma un lavoratore abbia prestato la propria opera presso lo stesso datore di lavoro, superati i 36 mesi scatta la conversione. Si tenta così di arginare il “malcostume” di molte aziende che alternando contratti a tempo determinato con altri di somministrazione riuscivano ad evitare di dover assumere il lavoratore anche per periodi davvero lunghi, ben oltre i tre anni.

Di segno opposto invece la norma che cancella la motivazione dai contratti a tempo determinato. Ora il primo contratto, fino a 12 mesi di durata, potrà essere stipulato senza che il datore di lavoro debba rendere note le esigenze e i limiti che giustificano il ricorso a tale forma di assunzione. Ora se pure è vero che molte delle clausole erano giustificazioni molto generiche, e quindi non è che cambi molto, viene meno la tutela giurisdizionale: ovvero in sede di impugnazione davanti ad un giudice, il lavoratore poteva “dolersi” dell’irregolarità del contratto poichè mancante di motivazione, ed era il datore a dover fornire la prova che esistevano davvero esigenze di temporaneità legate a motivi economici o della posizione lavorativa. Insomma si trattava di una tutela forte per il lavoratore che oggi viene meno.

Infine due parole, perchè di più non merita, la ridicola norma sugli stage e i tirocini. Dovranno essere retribuiti, anche con un forfait o un rimborso spese, altrimenti il datore di lavoro rischia una multa: da mille a seimila euro. Praticamente più o meno quanto avrebbe dovuto pagare, o forse anche meno, il lavoratore. E forse in questa ultima norma sta tutto lo spirito della riforma del lavoro: sforzo inutile in un Paese dove la disoccupazione giovanile è ormai oltre il 30%.

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