Lavoro: la spirale

settembre 13, 2012 § Lascia un commento

L’Italia è in recessione. Questo è un dato di fatto, il crollo del prodotto interno lordo lo testimonia: a fine anno chiuderà con una contrazione fra i 2 punti e i 3. Dati estremamente preoccupanti causati da un crollo dei consumi e dal rallentamento, per non dire più drasticamente lo stop, degli investimenti, sopratutto privati.

Ovviamente meno consumi uguale meno produzione, e meno produzione significa necessariamente meno lavoro. Ma la minore occupazione porta ad una ulteriore contrazione dei consumi e all’erosione del risparmio, che viene utilizzato per mantenere il tenore di vita a cui si è arrivati, ma la riduzione delle “riserve” del risparmio prosciuga gli investimenti che sarebbero destinati a creare occupazione, da cui un conseguente innalzamento dei consumi. E così via dicendo in una spirale discendente che pare, allo stato delle cose inarrestabile, e che aggraverà la recessione in atto.

Anche qui il primo obiettivo dovrebbe essere la creazione di nuovi posti di lavoro, che significa lo ripetiamo più consumi, e sopratutto ad una stabilizzazione dell’occupazione, dato che la precarietà non consente di “progettare” i consumi futuri vedi alla voce “acquisto della prima casa”, eppure non sembra che si vedano all’orizzonte spiragli.

Anzi in questi giorni lo stesso Premier ha di fatto ammesso che per salvare i conti pubblici ha aggravato la recessione di cui sopra. E non poteva essere altrimenti: chiunque abbia studiato economia e l’opera di Keynes, sa che durante la famosa crisi del 1929 accadde esattamente la stessa cosa.

E come si esce dalla crisi? Soltanto con gli investimenti pubblici che creano occupazione e rilanciano il ciclo economico, stavolta in una spirale “ascendente”, che però al momento non sono possibili. I soldi non ci sono e l’inutile riforma del lavoro Fornero non va certo in una direzione costruttiva.

Tutto questo costituisce quasi una ovvia banalità, eppure sembra che nessuno nelle istituzioni e nelle organizzazioni sociali, leggi: sindacati e confindustria, sembra rendersene conto. O peggio: se ne rendono conto ma non sanno assolutamente che pesci prendere.

La disoccupazione giovanile, lo abbiamo detto tante volte, è ormai una vera e propria “piaga”, il rischio è quello di creare una generazione “perduta” che non contribuirà alla crescita del Paese e non avrà futuro. E tutto questo, si badi bene, è stato fatto per difendere sopratutto i privilegi di chi non solo un lavoro ce lo aveva già, ma che si trovava alla fine del percorso lavorativo. Tutto questo è dovuto alla totale incapacità di guardare “oltre” e di cambiare. Si veda il drammatico caso dei minatori del Sulcis i quali difendono giustamente i propri posti di lavoro. Ma che senso ha avuto tenere aperta una installazione anti economica e dalla quale lo Stato ne esce in perdita? Non sarebbe stato più giusto impiegare tutti quei soldi, si parla di due miliardi di euro, per riqualificare la zona, creare investimenti e ridistribuire l’occupazione per dare un futuro a quel territorio? Certo non sarebbe stato indolore ma se si governa lo si fa per guardare a ciò che succederà, non vivendo in un eterno presente.

Pare che da più parti già si pensi a mettere di nuovo mano alla riforma del lavoro (il che è sintomatico della sua inutilità attuale), il che sarebbe un bene ma solo se davvero si pensa a costruire un “programma” che preveda investimenti, riduzione del costo del lavoro e miglioramento delle condizioni economiche di chi entra nel mondo dell’occupazione. Altrimenti continueremo a cadere in una spirale recessiva di cui nessuno conosce davvero le conseguenze.

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