Fox on the run

ottobre 3, 2012 § Lascia un commento

Di solito scrivo post che si occupino del lavoro. O meglio: del non lavoro, sopratutto giovanile, in Italia. Però i recenti avvenimenti che riguardano la multinazionale Foxconn, che produce sia l’iphone che moltissimi altri “gadget” futuristici per la Sony o la Nokia anche se mi rendo conto che la Apple fa più “notizia”, mi hanno spinto a fare una riflessione.

Magari una riflessione banale, ma dopo aver letto dei duemila operai in rivolta alla linea di produzione del nuovo Iphone, loro novelli “spartacus” che chiedevano condizioni più umane dentro questi stabilimenti simili a città – prigioni, uscite da qualche incubo e invece solida, anzi economica realtà, non ho potuto di fare a meno di pensare che forse questa sorta di “tech medioevalismo” del lavoro è ciò che ci aspetta in un futuro nemmeno tanto prossimo.

Come altro infatti si potrebbe definire la vita e la condizione di migliaia di persone che vivono, lavorano, mangiano, dormono, dentro la fabbrica? Che fanno turni che se va bene sono di 60-70 ore settimanali? Costretti a usare sostanze pericolose per pulire le preziose parti dello smartphone? Con reti antisuicidio montate ovunque, un controllo serrato sull’attività e ovviamente la stampa tenuta il più possibile lontano da tutto questo?

E come conciliare l’azienda più “smart” del mondo, la Apple, con tutto questo? Con lo sfruttamento e con la cancellazione dei diritti? Ma il melafonino non doveva migliorarci la vita? E sopratutto come conciliare le milioni di persone in fila in tutto il mondo in attesa di spendere 800 dollari per il nuovo Iphone 5 con le centinaia di migliaia di lavoratori “incatenati” a produrre il più velocemente possibile?

Perchè il problema principale sembra essere proprio questo: siccome le aziende americane ed europee devono competere lanciando sempre nuovi prodotti sul mercato, allora i fornitori devono assicurare sopratutto velocità, bassi costi e duttilità. Tutto il resto non conta. Per cui ecco che la selezione tra le migliaia di aziende che si candidano a produrre uno smartphone diventa serrata: i lavoratori si pagano poco e devono lavorare tanto, ma sopratutto devono essere sempre sul posto di lavoro, perchè se domani la Nokia lancia la versione migliorata di un suo precedente modello, bisogna essere immediatamente in grado di cambiare le linee di produzione.

Una lunga e dettagliata inchiesta del New York Times ha per titolo, significativo: “i costi umani? Sono nel nuovo Ipad“. Ovviamente le aziende occidentali, in testa la Apple, man mano che si succedono proteste, rivolte, inchieste giornalistiche, si dicono “scandalizzate” e promettono a loro volta controlli severi, report e minacciano di interrompere i contratti di fornitura. Ma di fatto è impossibile che ciò avvenga: lasciare la Foxconn per l’azienda di Cupertino vorrebbe dire non poter più realizzare profitti intorno ai 13 miliardi di dollari annui, e sottolineo: profitti, e sappiamo che il primo obiettivo di qualunque società è massimizzare i guadagni.

Ma non è solo questo, e nemmeno la totale assenza di una “coscienza” collettiva da parte di chi acquista sui reali costi di quei prodotti,  c’è anche la visione di un mondo produttivo e della trasformazione del capitalismo che si srotola sotto i nostri occhi. Niente di nuovo, figuriamoci, sono anni che economisti, attivisti (ricordate i social forum?), affermano la fine del Welfare State e anche del ruolo di Stato e sindacati nei processi produttivi e la nascita di un capitalismo realmente globale  e “polverizzato”, dove contano le multinazionali e i “rapporti di forza” che queste riusciranno reciprocamente a instaurare.

Tutto noto e prevedibile. Ma non per questo meno spaventoso.

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