Lavoro: le magnifiche sorti

novembre 28, 2012 § Lascia un commento

Accordi sulla produttività che sembra non produrranno risultati e fabbriche chiuse dalla magistratura per evitare avvelenamenti collettivi. Gli ultimi avvenimenti portano, o dovrebbero, a riflettere sul futuro del lavoro in Italia. Prima di tutto i dati che continuano ad esserci gettati addosso con crescente sadismo da parte degli organismi nazionali ed europei: niente ripresa nel 2013 e forse neanche nel 2014, disoccupazione in aumento nei prossimi due anni, prosciugamento del risparmio privato, consumi in picchiata.

Tutto questo è noto, purtroppo, da tempo, così come è noto che la disoccupazione colpisce sopratutto i “giovani”, ma sarebbe più corretto dire gli under 40, quello che forse meno si sa è che le “nuove leve” del Pese sono numericamente sempre di meno: ogni anno nella categoria “ventenni” si contano circa 60omila persone, venti (appunto) anni fa erano un milione.

Nonostante l’ineluttabile invecchiamento della popolazione, la crescita demografica è ormai sostenuta solo dai “nuovi italiani”, i ventenni non riescono comunque a trovare lavoro. Sembra un paradosso ma è solo la fotografia di una situazione drammatica.

Il ventenne di oggi infatti si trova stretto tra il martello delle assunzioni “precarie” e l’incudine di una previdenza contributiva che non gli consentirà di avere una pensione degna di questo nome. Insomma la generazione che ci ha preceduto, dopo aver sprecato a destra e a manca ha capito che non si poteva, o forse è meglio dire che ci è stata costretta, ad andare avanti così e quindi ha deciso di tagliare a spese della nostra generazione.

Mettiamoci nei panni di un ragazzo di 24 anni che oggi entri nel mondo del lavoro: nel 80% dei casi avrà un contratto di lavoro temporaneo, a progetto o a tempo determinato, solo in un terzo dei casi vedrà trasformato il suo rapporto in stabile, altrimenti dovrà cominciare la lunga trafila del “salto” da un contratto ad un altro, da un impiego ad un altro, con retribuzioni basse e variabili, ma variabili sempre verso il basso, probabilmente gli chiederanno di aprire una partita iva, e dunque cambia anche il sistema dei contributi previdenziali, poi dovrà chiuderla per iscriversi in una lista di qualche agenzia interinale. Nel frattempo i vari “buchi” tra un contratto ed un altro creeranno dei vuoti sotto il profilo dei contributi previdenziali difficilmente colmabili.

Tutto questo fa si che se, come sostiene la Banca d’Italia, gli stipendi di ingresso sono ormai paragonabili a quelli degli anni 80 non è difficile immaginare a quali livelli sarà paragonabile la pensione che questi lavoratori dovrebbero, a questo punto il condizionale è d’obbligo, percepire.

Per non parlare poi del nostro 24enne alle prese con prestiti e mutui o addirittura con misure pubbliche di sostegno alla famiglia: termini ormai desueti nell’orizzonte sempre più stretto dell’Italia contemporanea. E così capita di assistere alla tragica commedia di chi ogni giorno suggerisce, propone, rilancia (parliamo di economisti, giornalisti, membri della cosiddetta società civile) alle orecchie di un Governo che non solo ha smantellato la previdenza, ma ha altresì promulgato una legge sul lavoro praticamente inutile (l’unico incremento ottenuto è quello del lavoro della magistratura sul contenzioso) e ora assiste indifferente al crollo del settore industriale italiano (Ilva, Fiat solo per citarne due).

Ovviamente è in ottima compagnia, basti guardare ai sindacati che continuano a stracciarsi le vesti per centomila esodati mentre non hanno nulla da dire ai milioni di ventenni che dovrebbero essere il futuro di questo Paese

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